di Roberto Iannuzzi*

Un fragile accordo tra Washington e Mosca, la scorsa settimana, annunciava una nuova “cessazione delle ostilità” in Siria che avrebbe dovuto “ridurre la violenza” e avviare un coordinamento militare russo-americano contro i principali gruppi jihadisti nel paese, l’Isil e Al-Nusra (la branca siriana di Al-Qaeda). La speranza era che questo accordo avrebbe riaperto la strada a un processo politico che potesse un giorno mettere fine alla tragedia siriana.

Fin da subito, tuttavia, coloro che avevano pessimisticamente anticipato la prematura morte dell’intesa erano stati più numerosi rispetto a quelli che le avevano accordato qualche possibilità di successo. La ragione principale, al di là dell’oggettiva complessità del conflitto e dell’enorme numero di attori coinvolti, sta nella totale sfiducia reciproca da cui partono Russia e Stati Uniti.

Washington e Mosca non concordano affatto sulle ragioni che hanno scatenato il conflitto. Fin dall’agosto 2011, il presidente americano Obama ha additato Bashar al-Assad come il principale responsabile, affermando che il suo regime ha perso legittimità e deve andarsene. Secondo il Cremlino, invece, il conflitto non potrà aver fine se non verranno sradicati i gruppi terroristici presenti nel paese, e se non verranno salvaguardate le istituzioni dello Stato, compreso l’esercito.

Per Mosca la priorità non è tanto mantenere Assad al potere, quanto assicurare una transizione ordinata. Ed è a questo punto che nasce il contrasto con Washington. I russi hanno sempre ritenuto che ogni tentativo di cambiare la leadership a Damasco tramite un intervento armato avrebbe sprofondato il paese nel caos, com’è già successo in Iraq e Libia. Essi temono il propagarsi dell’ingovernabilità e della violenza jihadista in Medio Oriente, vicino ai propri confini. Secondo loro, ciò a cui si può ambire nel migliore dei casi è un accordo di condivisione del potere fra le varie componenti politiche e sociali della Siria, Assad compreso.

Il contrasto russo-americano si complica laddove Washington accusa Mosca di essere intervenuta militarmente in Siria per sostenere Assad, e di non colpire affatto i gruppi terroristici con i propri raid aerei, quanto piuttosto tutte le formazioni dell’opposizione armata indiscriminatamente. Il Cremlino non si limita a rispondere che l’intervento russo mira a salvaguardare le istituzioni dello Stato, ma si spinge ad accusare non troppo velatamente gli Usa di aver tollerato, se non addirittura appoggiato, il terrorismo in Siria pur di rovesciare Assad.

Quest’accusa si basa sul fatto che Washington ha coordinato l’invio di armi ai gruppi ribelli in Siria fin dal 2012, affidandosi a paesi come Arabia Saudita, Turchia e Qatar. Le armi spesso finivano a formazioni estremiste e, a quanto sembra, gli americani ne erano consapevoli.

Poi, a partire dal 2013, la Cia lanciò un proprio programma volto ad addestrare e armare gruppi ribelli “selezionati”. Nella primavera del 2015, tuttavia, Washington diede il via libera a un’operazione militare guidata da gruppi estremisti come Ahrar al-Sham e Al-Nusra, e sostenuta logisticamente dai tre suddetti paesi. Tale operazione portò alla conquista della provincia di Idlib e arrivò a minacciare la porzione di Aleppo in mano al regime. Nel frattempo emerse che i gruppi addestrati dalla Cia operavano in stretto coordinamento con Al-Nusra, se non sotto il suo comando.

L’accordo della scorsa settimana, dunque, segnava una potenziale svolta poiché prevedeva che gli americani avrebbero colpito Al-Nusra in collaborazione con Mosca, rassicurando così quest’ultima sul fatto che Washington non avrebbe più usato il gruppo jihadista come “ariete” per scardinare il regime. In cambio, i russi si sarebbero limitati a colpire anch’essi Al-Nusra e l’Isil, invece di prendere di mira tutti i gruppi ribelli.

La posizione statunitense è però indebolita da due fattori. In primo luogo dalle divisioni in seno alla stessa amministrazione Obama. Importanti esponenti della sicurezza nazionale, fra cui il segretario alla Difesa Ash Carter e il direttore della National Intelligence James Clapper, sarebbero contrari al coordinamento con i russi. Ciò deriva probabilmente dal timore che eliminando Al-Nusra, di gran lunga il gruppo più potente dell’opposizione armata ad Assad, le rimanenti formazioni ribelli non avrebbero più sufficiente peso militare per far “valere le proprie ragioni”. Questo disaccordo riflette dissidi più profondi all’interno dell’amministrazione sulle priorità della politica americana in Siria.

Inoltre, se negli ultimi anni vi è stata una crescente dipendenza dei gruppi ribelli da Al-Nusra, tale legame si è fatto ancor più stretto dopo che quest’ultima ha cambiato nome, rinunciando (solo nominalmente, a giudizio sia di Mosca che di Washington) all’affiliazione ad Al-Qaeda. Per l’America, dunque, colpire Al-Nusra significherebbe rischiare di inimicarsi anche altre formazioni ribelli, perdendo la residua influenza che Washington ancora esercita nei loro confronti.

Alla luce della debolezza americana, del fatto che Mosca a sua volta non ha il pieno controllo del regime di Damasco, e della molteplicità dei gruppi armati sul terreno e dei loro sostenitori regionali, si comprende quanto sia difficile l’imposizione di qualsiasi cessate il fuoco in Siria.

* Autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale” (@riannuzziGPC)