Quando Sky aveva annunciato l’arrivo di Manuel Agnelli tra i giudici di X Factor, molti avevano storto il naso. Da un lato c’era chi considerava la scelta del frontman degli Afterhours come un tradimento del suo DNA alternativo, una sconfitta di un certo modo di intendere la musica di fronte allo strapotere dei talent televisivi; dall’altro c’era chi, invece, pur stimando l’artista Agnelli, temeva non fosse adatto a uno show televisivo, ai suoi meccanismi e soprattutto al suo linguaggio. Confesso: tra questi ultimi c’ero anche io.

Ebbene, dopo la prima puntata delle audizioni di X Factor, urge un’autocritica: i dubbi su Agnelli giudice sono svaniti subito, grazie all’impostazione chiara ed efficace che il cantante ha deciso di dare alla propria partecipazione. Non solo funziona, Manuel Agnelli, ma in un certo senso ridefinisce il ruolo dell’espertone musicale che “scende” al livello del talent nazionalpopolare. Lo aveva fatto già Morgan, è bene ricordarlo, ma lo aveva fatto a modo suo, un modo inimitabile, al contempo sublime e insopportabile, e credevamo che nessuno avrebbe mai potuto toccare di nuovo (nel bene e nel male) quei livelli.

Manuel Agnelli ha compreso subito il ruolo che le intenzioni di chi lo ha chiamato gli avevano assegnato. Deve essere il giudice inflessibile, preparato e diretto, a volte anche cinico e cattivo perché la verità spesso fa male, soprattutto se sei un ragazzino di 20 anni e sei convinto di poter essere la popstar del futuro. Agnelli, semplicemente, si è sobbarcato il compito sgradevole ma necessario di dire le cose come stanno, di tarpare le ali a chi non sarebbe mai in grado di volare ad alta quota, di smorzare facili entusiasmi e ricordare che il sacro fuoco della musica può anche esistere, ma poi serve il talento o comunque la predisposizione a una carriera che non è per tutti.

E assistendo alla prima puntata di questa decima edizione (per la cronaca: record di 1,3 milioni di telespettatori, roba da generalista free) i dubbi della vigilia (e, ammettiamolo, anche i pregiudizi) sono svaniti immediatamente quando è stato chiaro che Agnelli sa bene perché è lì, perché è stato chiamato, cosa ci si aspetta da lui. A metà tra la Strega dell’Ovest de Il Mago di Oz e Patti Smith dopo una lunga e necessaria seduta dal coiffeur, ha impresso al programma un tocco crudele che serve come l’aria sia dal punto di vista musicale che televisivo. La giuria dello scorso anno è stata un flop clamoroso proprio per questo: non c’era più la critica anche feroce nei confronti dei ragazzi in gara, si era trasformato tutto in una sorta di gara a chi ce l’ha più lungo tra giudici annoiati.

Agnelli, come direbbe Rudi Garcia, ha rimesso la chiesa al centro del villaggio, ha riportato al centro del format l’attenzione ai concorrenti. Per carità, è solo la prima puntata (peraltro registrata e montata), e c’è da attendere i live per capire se trattasi di vera gloria o di bluff, ma per adesso il leader degli Afterhours ha messo d’accordo tutti, ha smentito le Cassandre prevenute della vigilia (me incluso) e si è già ritagliato un ruolo importante in questa edizione ancora agli esordi.

A rifletterci bene ex post (e dunque quando sono capaci tutti), cosa potevamo aspettarci da uno come lui se non quello che ci ha mostrato giovedì sera? In fondo la sua carriera parla per lui, visto che la coerenza, la qualità, il coraggio e un certo menefreghismo nei confronti di chi non lo capisce c’è sempre stato. Agnelli è intelligente e sa perfettamente (lo ha ammesso proprio negli ultimi giorni) che i tempi sono cambiati radicalmente: “La cosiddetta scena indie di oggi fa schifo, è autoreferenziale, autoghettizzata”. Molto meglio contaminare e contaminarsi, dunque, entrando a testa alta nella tana del lupo e cercando di fare la differenza. Dopo l’esordio di giovedì sera, pare abbia avuto ragione lui e torto marcio noi. E non è mai stato così piacevole sbagliare.