Nella campagna referendaria d’autunno, siamo entrati nella fase del “basta discutere d’altro, entriamo nel merito della riforma”. È una parola. Sono due anni che cerco di informare i lettori del Fatto e del Secolo XIX, ma confesso che non è tanto la riforma, per quanto disarmante, a farmi optare per il “No”, quanto l’Italicum, questa specie di roulette russa elettorale. Ora, siccome Renzi non lo cambierà mai, non prima della decisione della Corte costituzionale e del referendum, e meno che mai dopo, specie se vincerà, ecco che non ho alternative: continuerò a invitare gli elettori ad andare alle urne e a votare “No”.

Detto questo, però, non posso evitare di guardare i sondaggi e constatare che, mentre “Sì” e “No” oscillano da mesi, gli indecisi non accennano a diminuire, e talvolta addirittura aumentano. I sondaggisti di Demos, le cui indagini sono state riportate su Repubblica ritengono che, fra quanti andranno a votare, il “Sì” prevarrà tra pensionati, casalinghe e persone meno istruite, il “No” tra studenti, dipendenti pubblici, professionisti e in genere tra persone con un livello di istruzione più alto. Questa osservazione, unita al tasso costante di indecisi, lascia pensare che quanti conoscono davvero la riforma siano un’infima minoranza, specie tra i “Sì”.

Ora, il dubbio che vorrei esporre ai lettori del Fatto – che spero proprio vadano a votare, loro che sono stati informati correttamente – è il seguente: tutti quelli che non hanno le idee chiare non farebbero meglio ad astenersi? Attenzione, non sono certo loro a doversi vergognare: semmai, chi ha scritto una riforma illeggibile, e ora pretende che gli si creda sulla parola. Del resto, anche per i più informati è arduo rispondere con un “Sì” o con un “No” a quesiti così complessi. Infine, i risultati saranno validi comunque, perché al referendum costituzionale non c’è quorum. E allora il dubbio diviene assillante: chi ci ha capito poco o nulla, e non per colpa sua, non farebbe meglio ad astenersi?