Una mannaia che cala sull’invisa categoria nel momento di massima polemica tra il Movimento 5 Stelle e tanti giornali e giornalisti. Almeno a prima vista. Per come hanno trattato la sindaca di Roma Virginia Raggi e la crisi dei pentastellati al Campidoglio. Oggi infatti al Senato i Cinque Stelle tornano alla carica. E sperano con maggiore fortuna di quanto non sia già avvenuto alla Camera. Nel mirino l’Ordine dei giornalisti. Un totem uscito indenne, in passato, da una proposta di referendum da parte dei radicali. E, almeno finora, anche dagli strali del premier Matteo Renzi. Ma del quale i parlamentari grillini tornano adesso a chiedere con forza la soppressione. Il motivo? Secondo loro si tratta di una “struttura inadeguata ai cambiamenti e alla dinamicità tipici di una professione in rapida evoluzione”.

CRONISTI A FONDO La proposta di legge porta la firma di uno degli esponenti più autorevoli del M5S, Vito Crimi, ex capogruppo al Senato e membro del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sull’attività dei nostri servizi segreti. Che, interpellato dal ilfattoquotidiano.it, precisa: “Non c’è connessione tra questa nostra battaglia, che risale al 2009 e che è stata formalizzata già in una proposta di legge nel 2013 e le polemiche di oggi su Roma”, dice il senatore grillino del testo all’ordine del giorno del Senato e che sarà discusso come emendamento al disegno di legge sull’editoria (misura che tra l’altro istituisce un Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, oltre a toccare la disciplina dei profili pensionistici dei giornalisti e delle competenze del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti). Ma un gancio con la questione romana comunque c’è, “ma è indiretto”: riguarda proprio la “questione di cui si discute in queste ore, quella del finanziamento pubblico dei giornali su cui ribadiamo con forza la nostra posizione: abolizione”.

PENNE FUORI BINARIO Crimi non si ferma qui. Il senatore pentastellato è convinto che “a parte casi di inimicizia dichiarata di alcuni giornalisti” sia l’intero sistema dell’editoria in quanto tale da rimettere sul binario giusto. Anche discutendo dei fondi, certamente. Ma soprattutto disegnando nuove e diverse modalità per assicurare l’accesso alla professione. “L’Ordine è inutile -sentenzia senza appello il senatore- perché non svolge alcun controllo sulla deontologia degli iscritti e se lo fa ciò avviene in maniera arbitraria. Le norme portate in discussione dalla maggioranza in Parlamento non affrontano questi nodi, ma si limitano ad occuparsi di questioni di potere, come ad esempio la composizione degli organi direttivi dello stesso Ordine”.

TUTTI IN RETE Per l’ex capogruppo del Movimento invece la questione va ben oltre: le trasformazioni avvenute nel campo dell’informazione e dei mass media (basti pensare alla rete Internet e al peso assunto dalla tv come fonte primaria di informazione) “postulano la necessità di liberare energie che rafforzino la garanzia democratica”.  Naturalmente senza l’Ordine, che non esiste in Francia ma neppure in Germania o in Gran Bretagna. E senza l’esame di Stato previsto per diventare professionisti. Insomma, una guerra aperta al massimo organismo di rappresentanza della categoria.

MAL DI TESTO Una guerra che incontra però una diffusa contrarietà. Tra i partiti della maggioranza, ma anche tra i diretti interessati. “Si può anche fare un ragionamento sull’abolizione degli Ordini professionali”, dice per esempio Roberto Cociancich, esponente del Partito democratico ma soprattutto relatore del testo di legge in discussione al Senato: “Di certo però il discorso non può valere solo per quello degli operatori dell’informazione”. Lapidario anche Enzo Iacopino presidente dell’Ordine di giornalisti: “Faccio notare che la proposta è assolutamente legittima, ma alla Camera è stata bocciata a larghissima maggioranza”.