Un giorno gli storici racconteranno Vincenzo De Luca ai nostri nipoti e ai nipoti dei nostri nipoti. E proveranno a spiegare che politico fu. Valuteranno i perché e i percome la terza Regione d’Italia affidò i suoi destini a uno che concionava in tv con un linguaggio a metà tra il venditore di pentole e don Pietro Savastano. Magari spiegheranno con parole illuminate che ruolo ebbero nell’ascesa di De Luca la tracotanza verbale con cui l’uomo aggrediva i suoi rivali, a cominciare dai 5 Stelle “mezze pippe, che vi possano ammazzare tutti quanti”, e andando più indietro nel tempo “quel fighetto” di Stefano Caldoro, “il consumatore abusivo d’ossigeno” Peter Gomez, o l’amichevole augurio a Marco Travaglio “di incontrarci una notte, da soli, al buio”. Non per discutere di politica, si presume.

Avranno il loro bel daffare, gli storici. A cominciare dalla domanda delle domande: De Luca fu politico di sinistra o di destra? Boh. Di sinistra per appartenenza, certo, da ex dirigente del Pci e difensore dei contadini nelle rivolte dell’agro. Di destra nei continui richiami alla legge e all’ordine, nel desiderio di “prendere a calci nei denti” i rom, nel continuare a individuare, come ha fatto persino ieri, gli extracomunitari come i principali responsabili della diffusa insicurezza a Napoli e in Campania. Qui, dove la camorra spara a ogni ora del giorno e della notte, ad altezza d’uomo, senza paura di colpire i passanti, la colpa della paura è degli extracomunitari.

Altra domanda sulla quale i nostri poveri storici avranno un bel daffare: De Luca fu un buon sindaco di Salerno e un buon Governatore della Campania? Analisi e cifre faranno a cazzotti tra loro, e questa è una storia ancora da scrivere fino in fondo. Nel 1993 Salerno era una periferia dimenticata, l’uomo ebbe il merito di resuscitarne il centro storico, di riaccendere la fiammella dell’entusiasmo, di ricostruirne l’identità perduta. Poi Salerno si è un po’ smarrita, mercé della sete di potere di un sindaco che da un lato denunciava il ‘clientelismo’ napoletano di Antonio Bassolino e dall’altro si comportava peggio di lui occupando ogni ganglo di potere cittadino con un management scelto esclusivamente con criteri di fedeltà politica e ritorno elettorale (per non parlare della deriva ‘filiale’ del tramonto, Piero consigliere occulto e al comitato per il sì, Roberto all’assessorato al Bilancio, i figli so’ piezze ‘e core). Per dire: oggi Salerno ha numeri di raccolta differenziata in ribasso e un lungomare che è un inno allo scempio edilizio, tutto lavoro per i giustizialisti che lo hanno trascinato alla sbarra per gli appalti del Crescent e di piazza della Libertà. Un’assoluzione ne lascerebbe immacolato il casellario, ma non cancellerebbe tanto orrore. Sulla Campania il giudizio è ancora sospeso. Abbiamo per ora capito soltanto che vuole governarla da solo. Si è scritto leggi che gli danno mano libera nella sanità, ha scelto assessori di cui non si ricorda il nome, ha conservato per sé e per il suo vice, il fedelissimo salernitano Fulvio Bonavitacola, tutte le deleghe più importanti. Tra quattro anni tracceremo un bilancio.

Quel che gli storici sicuramente diranno è che De Luca fu un politico e un uomo violento. Nel linguaggio e non solo. Nell’azione politica con la quale sterminò, con metodo, chiunque nel Pci, Pds, Ds, Pd, la pensava diversamente da lui. Col dileggio, con l’isolamento, con le trame dei vari Nello Mastursi che nel retrobottega compivano il lavoro sporco in nome e per conto del Capo (il nome di Mastursi non è scelto a caso, è uno che prendeva a calci i giornalisti del Fatto Quotidiano). De Luca, spiegheranno gli storici, fu un violento perché non accettava che la politica potesse essere confronto, anche aspro, ma con una linea invalicabile fissata dal rispetto di elementari regole democratiche. Lui quella linea di decenza l’ha sorpassata, e ne ride su Lira Tv tenendosela alle spalle. Gli avversari devono morire. I giornalisti pure. Deve sopravvivere solo De Luca, l’Highlander. E i suoi figli, of course.