Sei brutto che non ti si guarda proprio. Soprattutto quando urli. E urli quasi sempre. Butterato neanche ti avessero bombardato sulla faccia da piccolo. Grassottello. Antipatico come nessuno, soprattutto a inizio carriera, quando per esempio un ragazzo tranquillissimo come Flavio Cipolla – adorabile intortatore di traiettorie – ripeteva che odiosi come te nel circuito ce n’erano pochi. Poi nel tempo migliori, per carattere (peggio era difficile) e soprattutto come giocatore. Eri l’eterno secondo dietro Federer, uno buono al massimo per l’oro in doppio alle Olimpiadi col Re.

Arrivi a 28 anni che non hai fatto una finale Slam. Sembra finita lì. Poi invece ne fai 3 e le vinci tutte. Giocando da Dio, soprattutto le ultime due col Dittatore Sadico. Nel 2015 gli togli un Grande Slam già vinto, guadagnandoti la gratitudine eterna – e un posto in prima fila nel proscenio della Storia – come la Vinci con Serena Williams. Poi, con quel rovescio che ha una grazia che nulla c’entra con le tue urla e la tua bruttezza, arrivi a New York. Sembri in calo, soffri a ogni turno, rischi di perdere un set con Giannessi (non proprio Borg), annulli un match point a Evans (non proprio McEnroe). Quindi sali di livello ed estrometti il mio Del Potro. In semi disponi con relativo agio di Nishikori, che ti ha tolto di mezzo l’Hooligan Carnivoro Scozzese, per tutti vincitore in pectore. E all’ultimo atto incroci ancora il Dittatore Sadico, arrivato in finale giocando poco e sempre da solo.

Neanche lui è al meglio, ma il favorito è lui. “Non può ripetere una seconda Parigi“, scrivono. E invece la ripeti. Parti male, sembri il ‘solito’ Wawrinka un po’ vassallo, come quella volta che fallisti 118 match point al Masters contro Federer e poi te la prendesti con suo marito Mirka perché “aveva esultato troppo”. Una roba di un patetico unico. Ma è solo una sensazione sbagliata. Sbagliatissima. Vinci il secondo e vai avanti 3-0 nel terzo e 0-30. Lì, puntualmente, te la fai di nuovo sotto (certe cose non cambiano mai) e a quel punto il Dittatore Che Suona Male Il Violino Negli Spot sembra ancora favorito. Ma è proprio lì che lo bastoni: meravigliosamente, impietosamente. Ancora e ancora. Che spettacolo. Non tiferò mai per te, caro Stan The Man, e quel rovescio è proprio fuori luogo nella tua carrozzeria. Quella è roba da angeli tristi, da esteti malinconici: è roba da Edberg, ecco. Non sarò mai un tuo fan. Ma hai due palle così. Hai talento, hai forza, hai abnegazione. Sei, eccome se lo sei, un Campione. E in tanti ti saremo sempre debitori per aver fatto piangere, due volte e nei prosceni a lui più cari, il Robot convinto di essere imbattibile. Quando imbattibile non era. C’mon.

P.S. “Marito Mirka” non è un refuso. E’ sessismo.