A guardare il palmarès della Mostra del Cinema di Venezia, il cinema italiano offre un’immagine in chiaroscuro. Nessun premio ai tre film presentati nel concorso maggiore, Piuma di Roan Johnson, Questi giorni di Giuseppe Piccioni e Spira mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. Ma premio Orizzonti per il miglior film al documentario Liberami di Federica Di Giacomo.

Non ci voleva molto a prevedere una débâcle dei film italiani nel concorso maggiore: i primi due titoli non sono film adatti al festival, non perché siano troppo “leggeri”, ma perché raccontano piccoli universi quotidiani, quelli dei giovani ventenni, attraverso una serie di notazioni che non costruiscono un grande affresco. Il terzo film, che invero costituisce un caso a sé giacché è una riflessione sull’immortalità realizzata attraverso un percorso affidato essenzialmente alle immagini, non è neanch’esso un film adatto al concorso perché non è abbastanza radicale da abbandonarsi al puro lirismo né è abbastanza “politico” da imporsi come film-saggio. Nell’insieme i tre film danno l’idea che il cinema italiano non sappia (più) raccontare per grandi metafore, com’era capace di fare nel suo nobile passato, quando i film italiani mietevano successi ovunque si presentavano: o ci si accontenta del microbozzetto, che all’occorrenza può essere anche molto gradevole e ben scritto, come nel caso di Piuma, unico film destinato a una buona vita in sala, o ci si lascia trasportare dal flusso del pensiero senza troppo ancorarsi al qui e ora.

Per fortuna però il cinema italiano alla Mostra non è stato solo quello del concorso: Liberami di Federica Di Giacomo, vincitore della sezione Orizzonti, sa scandagliare il mondo degli esorcismi con uno sguardo partecipe, debitore della grande tradizione del documentario antropologico italiano. Il film si addentra in una realtà che nell’immaginario sociale è percepita come oscura e marginale, ma che in molte zone del mondo, e in questo caso in Sicilia, ha invece una presenza forte: nell’Italia post-industriale persistono infatti riti ai limiti delle pratiche religiose, che la Chiesa con-tiene in se stessa, con preti-santoni che si offrono come salvifici toccasana. Liberami osserva queste realtà senza giudicare, ma accompagnandoci con rispetto nel viaggio verso una religiosità in certo senso di confine.

Il mondo degli “altri”, gli esclusi dalla società affluente o quelli che sognano da lontano una vita “normale”, è guardato anche da altri film italiani visti a Venezia: da Le ultime cose di Irene Dionisio, film della Settimana della critica, a Vangelo di Pippo Delbono fino a Indivisibili di Edoardo De Angelis. E’ come se il cinema italiano sapesse volare poeticamente soltanto partendo dal basso, dalla marginalità quasi “invisibile” più che dall’oggi urbano e conosciuto. Bisognerebbe allora interrogarsi sui criteri che presiedono alle scelte delle commissioni di selezione: aver mandato in concorso Piuma o Questi giorni – ripetiamo, senza nulla togliere ai due film – invece di Liberami o Vangelo non corrisponde a una scelta un po’ suicida che accredita l’idea che il cinema italiano non è più capace di un respiro internazionale?