di Simone Vacatello, direttore editoriale di Crampi Sportivi

“I don’t drink coffee, I take tea, my dear
I like my toast done on one side
And you can hear it in my accent when I talk […]
I’m an alien
I’m a legal alien”
(Sting, Englishman in New York)

A dispetto della sensazione che ancora riescono a generare, soprattutto quando si diffonde l’ufficialità del loro acquisto, i giocatori inglesi in Serie A non sono stati pochi. Solo negli ultimi dieci anni infatti, evitando cioè di guardare indietro agli Ince, ai Gascoigne e ai Platt, sono stati cinque i sudditi della Regina sbarcati in Italia con borsone e scarpini. C’è chi è venuto in prestito e in cerca di riscatto dopo una lunga serie di infortuni che ne aveva pregiudicato il rendimento, come Micah Richards alla Fiorentina, chi a cercare spazio, si veda Ravel Morrison alla Lazio, e chi a svernare esibendo ritmi da scapoli vs. ammogliati, come Ashley Cole alla Roma. C’è infine chi si è concesso una più che dignitosa passerella, a coronare una carriera trascorsa in giro per i migliori club del mondo, come David Beckham al Milan. Si delinea così una certa coerenza nei profili in questione: si tratta o di giocatori che non hanno mai raggiunto appieno lo status di top player o di top player comunque lontani dal loro periodo di massimo splendore. In ognuno di questi casi si è trattato di acquisti che prima dell’annuncio non sembravano impossibili, l’accostamento del nome del giocatore alla narrazione sportiva della squadra di destinazione risultava verosimile.

E poi c’è Joe Hart al Torino.

La sorpresa generata dal passaggio del portiere inglese in granata è facilmente spiegabile se si considera che il giocatore è stato, fino a poche settimane prima del suo trasferimento, titolare non solo del Manchester City, uno dei più ricchi e forti club europei, per quasi 9 stagioni, ma anche della Nazionale inglese. Un ruolo delicato in una selezione che, ok, ha avuto per anni problemi tra i pali, ma che tutto sommato, vuoi per il peso della Premier League sul gotha del calcio mondiale, vuoi perché qualcuno magari è ancora convinto che Gordon Banks sia un nome relativamente recente, esercita ancora un discreto carisma sugli appassionati.

D’altro canto invece il Torino, il cui prestigio in termini di passato e di passione è indiscutibile, vive da anni una crescita graduale e costante, basata sullo spazio dedicato alle giovani leve, ma che non gli ha ancora concesso di riaffacciarsi all’Europa che conta.

Insomma un portiere abbonato alla Champions League quest’anno si immergerà nella realpolitik di una Serie A ridimensionata rispetto al passato ma forse proprio per questo più vivace e battagliera che mai, soprattutto nelle zone di media classifica. A differenza di tutti gli altri trasferimenti intercorsi tra Albione e il Mediterraneo, questo in particolare è stato possibile solo grazie a chi ha fatto il percorso inverso, dal Mediterraneo alla Manica, Pep Guardiola. La sua intransigente idea di calcio si è confermata talmente granitica, e noncurante degli equilibri di spogliatoio pregressi, da rendere possibile un colpo di mercato che davvero prima si era registrato solo sulle memory card dei più romantici tra i giocatori di calcio virtuale.

La prima apparizione di Goalie Joe in maglia granata, a dirla tutta, non è stata esaltante a causa di un’uscita infelice sugli sviluppi di un calcio d’angolo che ha causato il pareggio dell’Atalanta, diventato poi vantaggio grazie al rigore realizzato da Kessiè. In quell’occasione Hart ha confermato le difficoltà nel pensare lo spazio su palla inattiva che il bar sport nostrano ha sempre imputato ai portieri d’oltremanica. Sarebbe tuttavia ingiusto negare l’evidenza, e cioè che a dispetto di un ambientamento che non può non essere paziente e graduale, data la diversa preparazione e concezione del ruolo di estremo difensore che c’è tra le due culture calcistiche, abbia comunque mostrato una discreta reattività tra i pali in più di un’occasione. Niente di diverso da uno che arriva nel traffico di Roma per la prima volta abituato alla guida a destra, per dire. Il coro di epiteti ingiuriosi e di clacson all’unisono sarà frastornante all’inizio, ma prima o poi ci si fa l’abitudine e si impara anche qualche trucco per evitare i sorprassi à la Daytona in tangenziale.

Tutte considerazioni inapplicabili, evidentemente, per chi aveva commentato le sue gesta fino alla scorsa stagione. Tra ieri sera e stamattina, infatti, i titoli della stmpa angolofona su Joe Hart (a conferma di un’attenzione che rasenta lo stalking, specie nel caso di un portiere spesso contestato in patria) sono più ascrivibili a una presa in giro che a un’analisi calcistica.

Se ESPN si meraviglia quasi per la compassata reazione del castigamatti Mihajlovic al debutto del suo nuovo numero 1, il Guardian sottolinea quanto decisivo sia stato il suo errore ai fini del risultato. Il Telegraph, invece, opta per un funereo: “Joe Hart: From the Champions League to the soggy end of Serie A in just five short months”, anche un po’ ingiusto verso quella soggy end che tanto soggy non è nemmeno. Insomma Hart in patria è visto male, il clamore del suo trasferimento è pari, ma non ha neanche un’oncia di entusiasmo con cui è stato accolto in Italia. Anzi, il tutto viene visto a grandi linee come un declassamento.

Il dubbio che assalirà i più ansiosi a questo punto è che i timori della stampa inglese siano fondati, e che un giocatore scartato da un top club europeo testimoni in qualche modo una svalutazione della sua caratura calcistica, e quindi sia ulteriore conferma dell’abbassamento di livello del nostro campionato. Eppure sarebbe una conclusione alquanto banale per un trasferimento che di banale invece non ha avuto nulla. La distanza tra una società come il Manchester City e il Torino 12esimo in classifica nel 2016 è innegabile, ma lo è altrettanto quella tra lo stesso club e lo Swansea arrivato 12esimo in Premier League lo scorso anno. È chiaro che, per disponibilità economica e risorse, il campionato inglese offre un numero superiore di pretendenti al titolo e quindi uno spettacolo meno scontato, tuttavia estendendo il confronto non solo a questi due campionati, ma in generale al calcio europeo, risulterà evidente come la divisione sia sempre più netta tra una manciata di top club, diciamo una decina (cinque dei quali domiciliati in Inghilterra) e tutto il resto del calcio europeo. Inoltre lo status di top player degno di questi club sembra assumere pretese di standard sempre più alti e costanti, creando effetti sempre più sorprendenti durante le finestre di mercato, ma soprattutto passaggi sempre più di breve durata, che non ammettono recuperi in caso di cali fisici (si guardi al ritorno di Gotze a Dortmund e di Falcao al Monaco), e maggiore mobilità tra i giocatori di livello, i quali continuano a essere in sovrannumero rispetto alle poche centinaia di elementi che bastano a rimpinguare quella decina di società eccellenti. In questo contesto nuovo e ancora in fieri, il caso di Hart è uno dei più eclatanti solo per contingenza. Verrebbe da dire, cento di questi Hart al Torino.

Guida a destra permettendo.

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