A 15 anni dall’attacco contro le torri gemelle una nebulosa di gruppi jihadisti ha rimpiazzato al Qaeda. Alcuni, come l’ISIS, con pretese nazionaliste sono riusciti a conquistare vasti territori e ad autoproclamarsi una nazione, il Califfato. Sebbene Osama bin Laden sia morto e il suo corpo sia stato dato in pasto ai pesci dell’Oceano indiano, nuove icone sono emerse e la minaccia del terrorismo e del fondamentalismo islamico continua ad essere presente nella vita quotidiana degli occidentali e dei musulmani. Se l’11 settembre passerà alla storia come un attacco terrorista, anche se eccezionale e spettacolare, il jihadismo contemporaneo verrà definito un’ideologia anti-imperialista globalizzata poiché così viene percepito da segmenti sempre più grandi della popolazione mondiale.

Un bilancio triste e surreale al tempo stesso perché stiamo parlando di azioni armate contro gli innocenti, cioè la popolazione civile, un bilancio appositamente tenuto nascosto dalla classe politica che negli ultimi 15 anni ha gestito la “guerra contro il terrorismo”. Perché? Ecco una domanda che a 15 anni dall’11 settembre dovremmo porci. Ma neppure i newyorkesi, prime vittime di quell’attentato, hanno voglia di farlo. A 15 anni dal crollo delle due torri gemelle, molti a New York hanno rimosso le immagini di distruzione di uno dei simboli del capitalismo finanziario occidentale e li hanno sostituiti con quelle del nuovo grattacielo e dei i monumenti ai “caduti dell’11 settembre”, costruzioni sorte dove un tempo c’erano le due torri. Ormai sono un’attrazione turistica come tante altre, da vedere e fotografare, magari con un selfie, e mostrare agli amici.

Anche la stampa tradizionale evita di rivisitare gli errori degli ultimi 15 anni. Chi vuole conoscere i motivi veri del nostro fallimento deve cercarli nell’internet, su siti che ancora credono e praticano il giornalismo vero o deve frugare su Twitter, alla loro ricerca.

Eppure oggi a 15 anni da quella tragedia c’è davvero bisogno di una riflessione sul perché lo jihadismo è un’ideologia globale mentre 15 anni fa era poco meno di un gruppo di terroristi che si chiamava al Qaeda. Cosa abbiamo sbagliato? La nostra sconfitta poggia su una serie di fattori negativi per l’Occidente, tutti legati alla scellerata risposta all’11 settembre: la guerra contro il terrorismo. L’errore che molti commettono è credere che sia stato l’attacco alle torri il motore della crescita dello jihadismo. Ed invece non è così! Rivisitare questi fattori può aiutarci a fare autocritica, un processo necessario se nei prossimi 15 anni vorremmo correggere tutti questi errori.

Sul piano economico: la sezione finanziaria del Patriot Act, una legislazione repressiva introdotta appena un mese dopo l’11 settembre, ha portato alla fuoriuscita di centinaia di miliardi di dollari dagli Stati Uniti, denaro arabo e musulmano che è stato rimpatriato per paura che fosse congelato. Il sistema di monitoraggio globale delle transazioni in dollari che il Patriot Act ha introdotto, ha ridotto il volume mondiale degli investimenti in dollari mentre la nascita di un sistema di riciclaggio nuovo, la cui moneta di scambio è l’euro e non più il dollaro, per aggiralo ha ulteriormente indebolito il dollaro.

La Riserva Federale ha cercato di contrastare la mini recessione innescata dall’11 settembre tagliando i tassi d’interesse, ma lo ha fatto in un momento in cui l’eccessivo indebitamento richiedeva una manovra esattamente opposta. Così facendo ha gonfiato a dismisura la bolla dei mutui subprime. L’amministrazione Bush ha incoraggiato la politica dei tassi bassi perché gli ha permesso di finanziare la guerra in Iraq con un crescente debito pubblico.

Questa la genesi del crollo del 2007/2008, da cui l’economia mondiale non si è più ripresa.

Sul piano politico: l’attacco preventivo in Iraq, costruito su una serie di menzogne prima fra tutte quella che presentava al Zarqawi come l’ambasciatore di bin Laden alla corte di Saddam Hussein, non ha prodotto i frutti aspettati. L’Iraq è diventato un ginepraio di gruppi armati, con in testa Twahid al Jihad, il gruppo guidato da al Zarqawi che grazie alle menzogne dell’asse Bush e Blair, ha guadagnato la fiducia degli sponsor di al Qaeda. Attraverso varie reincarnazioni quel gruppo oggi si chiama ISIS.

Dal 2003 al 2007, la guerra in Iraq ha radicalizzato i giovani musulmani anche in Europa e negli Stati Uniti. Madrid, Londra sono state colpite e di colpo il terrorismo è tornato a essere di casa nel Vecchio continente. Il bilancio della guerra contro il terrorismo è particolarmente negativo in Europa, diventata teatro di attacchi di tutti i tipi: dall’assassinio di Theo Van Gogh in Olanda con un semplice coltello fino alle bombe all’aeroporto di Bruxelles o alla carneficina a Nizza.

Ma è nel mondo musulmano che l’impatto di questo conflitto si è fatto maggiormente sentire producendo un processo di destabilizzazione che rischia di far saltare lo status quo internazionale. Nel 2003, nasceva al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), un gruppo finanziatosi con il contrabbando di cocaina che dal 2002, a seguito dell’introduzione del Patriot Act, arriva in Europa attraverso l’Africa occidentale, il sahel e il Nord africa. AQMI è stata la prima organizzazione a rapire stranieri quale fonte di finanziamento, soldi con i quali ha reclutato giovani africani. Il cocktail di traffico di cocaina e jihadismo africano è stato letale per la stabilità delle nazioni dell’Africa occidentale, la cui economia nel giro di un decennio è diventata dipendente da queste attività illegali.

Dal 2003 tutti i gruppi armati del fondamentalismo islamico, ad esempio i talebani, al Qaeda nella Penisola Arabica, al Nusra in Siria, hanno imitato il modello africano. I rapimenti si sono moltiplicati diventando nelle zone di guerra come la Siria, l’Iraq, la Libia o l’Afghanistan, o negli stati falliti come la Somalia, la fonte primaria di sovvenzionamento non solo dell’attività terrorista ma per la sopravvivenza della popolazione intrappolata al loro interno.

Non solo l’Occidente non ha ancora vinto la guerra contro il terrorismo, ma la destabilizzazione del mondo mussulmano ha dato vita all’esodo più  grande dai tempi della seconda guerra mondiale. Nel 2015, 1,5 milioni di rifugiati sono entrati in Europa. La crisi dei rifugiati sta mettendo a durissima prova l’Unione europea ed in parte è responsabile per la vittoria del fronte anti europeista nel referendum britannico dello scorso giugno.

A giudicare dai risultati abbiamo sbagliato tutto. E la conferma è che il terrorismo è una minaccia ben più grande di 15 anni fa.