E venne il giorno della causa. La querelle infinita sulle quote latte si arricchisce di un nuovo episodio. Ed è un episodio che vede l’Italia finire sul banco degli imputati. La Corte di Giustizia Europea ha infatti annunciato oggi l’avvio della causa contro il nostro Paese. Ad avviare l’azione legale è stata la Commissione di Bruxelles, che ha deciso di deferire l’Italia ai giudici di Lussemburgo dopo aver tentato altre soluzioni, decisamente meno conflittuali. È la stessa Corte di Giustizia a precisare come Bruxelles abbia dapprima inviato a Roma “una lettera di costituzione in mora” nel giugno 2013, e poi “un parere motivato” nel luglio 2014. Tuttavia, “dato che l’Italia non ha mostrato alcun progresso significativo nel recupero”, si è arrivati all’azione legale, col deferimento alla Corte di giustizia.

La storia delle quote latte si apre nel 1984. È in quell’anno che l’Ue, di fronte ai  crescenti problemi di sovrapproduzione nel mercato lattiero e caseario del vecchio continente, decide che è arrivato il momento di prendere una decisione. E la decisione, in sostanza, è questa: introdurre delle quote massime che ciascuno Stato membro deve rispettare. Il limite da non oltrepassare non è fisso: ogni Paese deve negoziarlo con Bruxelles (per l’Italia, all’epoca, la soglia fu fissata a 8.823 migliaia di tonnellate). E, a sua volta, ogni Paese impone ai propri allevatori un tetto individuale. I produttori che non lo rispettano non incorrono in sanzioni penali, ma se il proprio Stato, a fine anno, risulterà aver sforato la quota massima, saranno costretti a pagare una sanzione sulle eccedenze: è il cosiddetto “prelievo supplementare“, che si paga in proporzione ai chilogrammi di latte di troppo. E nel nostro Paese questo è successo spesso: ogni anno, dal 1995 al 2009, abbiamo puntualmente sforato la soglia massima nazionale. Dal 2015, in ogni caso, il sistema delle quote latte è stato soppresso.

Ma cosa ci rimprovera la Commissione? In che modo l’Italia ha violato le norme comunitarie? Nel non aver riscosso del tutto proprio quei prelievi supplementari comminati ai produttori che non avevano rispettato le quote individuali.  Il totale ammontava a 2 miliardi e 305 milioni di euro: cifra che Roma ha effettivamente versato nelle casse di Bruxelles. Il problema, però, è che lo Stato italiano non ha incassato dai produttori “colpevoli” tutto quello che avrebbe dovuto. Di quei 2,3 miliardi, ce n’è ancora 1,7 che deve ancora essere rimborsato al fisco dagli allevatori e le aziende che hanno commesso le violazioni. Parte di questo importo sembra considerato perso o rientra in un piano a tappe di 14 anni, ma la Commissione stima che restino ancora da recuperare dai produttori ben 1,3 miliardi di euro. Questo viene considerato dalla Commissione come una sorta di sovvenzione pubblica mascherata. Inoltre, precisa la Corte di giustizia, una tale situazione si presenta “iniqua anche nei confronti dei contribuenti italiani”, che di fatto pagano con le loro tasse ordinarie le sanzioni per la sovrapproduzione.

Ora, se la Corte “accerterà l’inadempimento dell’Italia – si fa sapere da Lussemburgo – quest’ultima si dovrà uniformare alla sentenza della Corte, esponendosi, in caso di inottemperanza, al rischio di una condanna al pagamento di penali”.