Dulcis in fundo. La parte finale di questa Mostra del cinema di Venezia regala l’entrata in scena dei due registi probabilmente più attesi dell’intero Festival: Terrence Malick e Pablo Larrain. Se il primo fa un leggero passo indietro nel percorso di ambizione smodata che lo vede tendere alla grandezza dell’universo, il secondo si conferma un talento in ascesa inarrestabile e una tra le più belle realtà del cinema contemporaneo.

Voyage of time di Terrence Malick

Un bambino nel grembo della propria madre. Questo è Malick con la sua natura… E allora si leva un inno che la invoca, la chiama, la loda, la venera, la osserva, la scruta, la studia con gli occhi di chi vede il mondo per la prima volta. Se Tree of life rappresenta il sole del percorso artistico e creativo del Malick del nuovo millennio, da quel momento in poi il regista statunitense sta creando un’intera costellazione di pianeti, più o meno grandi, che gli orbitano intorno e che vivono della stessa luce riflessa.

Voyage of time potrebbe essere considerata l’appendice conclusiva di questo discorso spirirtuale e filosofico iniziato ormai molti anni fa, anche in virtù della sua natura più illustrativa e documentaristica. Infatti Malick, senza nascondere le proprie intenzioni dietro maschere criptiche, si addentra apertamente in un autentico viaggio nel tempo, fino alle origini del tutto, percorrendo le infinite evoluzioni del creato con ellissi immaginifiche e temporali meravigliose.

La natura che feconda, che crea, che alimenta e che finisce per rinascere dalla sua distruzione. Immagini spettacolari, accostamenti visivi e concettuali che mozzano il fiato, forme e colori sublimi che si alternano a frammenti sporchi e granulosi di un presente in forte crisi. Il naturale accoglie il digitale all’interno di una dimensione lirica e panteista, spettacoli astrali e lave magmatiche subacquee lasciano spazio a creature di ogni specie e ominidi asessuati dai tratti comportamentali di kubrickiana memoria, in un compendio di bellezza che svuota la mente di qualsiasi altro pensiero per lasciare spazio allo stupore.

Ovviamente opere come questa sono destinate a generare fratture insanabili tra gli spettatori, proprio perché non rispondono a nessuno schema prestabilito se non alla percezione personale di quei precisi istanti, che come per uno strano sortilegio, per alcuni possono sembrare torture, mentre per altri magie incantate. Per chi come come me, ama incondizionatamente il cinema di questo autore, anche in Voyage of time sentirà muoversi delle corde personali che difficilmente risunano con altre mani, riuscendo a vivere momenti sensoriali intimi che vanno oltre qualsiasi parola.

Però non posso non riconoscere in questo caso particolare una certa staticità dello sguardo autoriale e un didascalismo di fondo, soprattutto nella cadenzata voce narrante di Cate Blanchet, che non ci si aspetterebbe, come se questo eterno movimento visivamente maestoso in realtà girasse su se stesso non portando da nessuna parte. Quello che mi auguro, è che questo sia davvero l’epilogo di un ciclo creativo giunto ormai a saturazione, non tanto dal punto di vista formale, quanto da quello strettamente contenutistico e che da qui la sua ricerca artistica possa spingersi ad esplorare anche altre galassie, per continuare a crescere ed evolversi, proprio come quella madre natura decantata e meravigliosamente filmata.

Jackie di Pablo Larrain

Finalmente ecco l’acuto che squarcia il festival. Pablo Larrain dimostra ancora una volta e sempre di più di essere uno dei registi più sorprendenti e talentuosi di questa nuova generazione. Questa volta il compito sulla carta sembrava davvero improbo; al primo film di produzione hollywoodiana infatti, il regista cileno si confronta con Jacqueline Kennedy e in particolare con i giorni che seguono la morte del marito e allora presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy.

Quello che nelle mani della maggior parte dei registi in circolazione sarebbe diventato il solito un racconto biografico stravisto, convenzionale e ricattatorio, grazie allo sguardo di questo cineasta famelico, diventa il modo più diretto per indossare gli occhi di Jackie e guardare la realtà da una prospettiva completamente nuova e inusuale. Tutto questo è semplicemente straordinario.

Larrain, proprio come faceva con Neruda, usa la storia di un personaggio per andare oltre quel personaggio, prendendo direzioni inaspettate e percorrendole con un’intelligenza registica spiazzante. Ecco che Jackie diventa un film giocato su più livelli temporali non lineari architettati e interconnessi alla perfezione, in cui il conflitto tra apparenza e realtà, tra pubblico e privato, tra recita e verità si aggiunge a quello per l’elaborazione del lutto.

Larrain muove una calibratissima Natalie Portman di stanza in stanza, come se il labirinto degli spazi interni rispecchiasse metaforicamente quello nella testa della protagonista; la segue con la macchina da presa fluttuante, la culla tra i colori caldi e le luci dense della Casa Bianca, la rende elemento vivo dei lussuosi arredamenti e la avvolge in una musica melò dai tratti struggenti, finendo per posarsi dolcemente sul suo viso, per catturare intimamente il dolore di quegli occhi vibranti e carichi di pathos.

Un film elegante, di grande classe, animato da contrasti forti incredibilmente affascinanti e poco importa se si non toccano le vette di poesia sublime di Neruda o quelle di dolore lacerante di El club, perchè Jackie rimane una perla rara di originale classicità. Il primo incontro di Larrain con Hollywood è un autentico colpo di fulmine e sarebbe bello poterlo vedere trionfare proprio qui a Venezia, per un Leone d’oro che suonerebbe come una meritatissima consacrazione definitiva.