Stiamo fuori dal coro con molto piacere. Questi giorni, il film in Concorso a Venezia 73, diretto da Giuseppe Piccioni, è uno dei titoli più riusciti di questo festival. Giudizio controcorrente rispetto alla massa proprio come l’opera stessa del regista ascolano, tutta incentrata su un on the road di quattro ragazze che non possono più rinviare le scelte per il loro futuro, che si misura tranquillamente con i possibili vincitori del Leone d’oro 2016: Jackie, Une Vie e Arrival. Jean-Paul Belmondo

Dieci film in trent’anni di carriera, il primo Il Grande Blek (1987), l’ultimo Il rosso e il blu (2012), Piccioni ha intrapreso un percorso cinematografico tutto suo che mai si è corrotto formalmente e poeticamente da mode imperanti e commercializzazioni assortite. Questi giorni ne è prova tangibile. Sguardo personale su un tema sì convenzionale (la confusione e l’indecisione nel diventare “adulti”) ma costruito su una gamma di scelte stilistiche mai banali dove l’inquadratura è lo spazio, la sintesi significante, oltre la quale non c’è altra didascalia o spiegazione possibile. In questo Piccioni è cineasta rigoroso fino al midollo. Si potrà essere lontani dal suo mood dolente e malinconico (anche se qui gli inserti di sorriso e di alleggerimento abbondano), ma la sua capacità di creare cinema è fuori discussione. Poi va anche detto che l’on the road di Questi giorni non ha volutamente il classico timing narrativo del pretesto-partenza-svolgimento-arrivo-fine raggiunto.

Anna, Caterina, Angela e Liliana, quattro fanciulle sui 20/25 anni di fronte alle scelte impellenti di lavoro, maternità, famiglia e malattia, tergiversano sulle loro incombenze da risolvere, a cui dare un nome, a cui dare una strada, a cui semplicemente rispondere. Caterina (Marta Gastini), la più autosufficiente delle quattro, aspetto simil dark, Maupassant sul comodino, fratello prete, vuole partire per Belgrado dove un’amica le ha trovato un’occupazione come cameriera in un ristorante stellato. Anna (Caterina Le Caselle) è una giovane violinista che aspetta un bimbo, ma assieme a quel citrullo del suo fidanzatino, violinista pure lui, non sembra avere le idee chiare sul da farsi. Angela (Laura Adriani), la più spigliata e disinvolta con fidanzato figo, e Liliana (Maria Roveran), in procinto di chiudere la tesi, aiuto parrucchiere di una mamma-bambina (Margherità Buy mai così brava) e un cancro diagnosticato che spezza il fiato, chiudono il gruppo. Nulla viene spiegato, mostrato, sottolineato per capire cos’abbia legato le quattro ragazze nel passato. Tutto quel che riguarda il presente a cui appigliarsi emerge invece gradualmente dai loro sguardi, dalle loro parole, dai loro gesti. Intrapreso il percorso programmato di “fuga”, ecco che il viaggio sull’altra sponda dell’Adriatico per accompagnare Caterina a Belgrado comincia a bucare il destino, ad aprire spiragli diversi e possibili. Lontane dai loro obblighi reali, incontrano ragazzi, osservano una città che rinasce, guardano avanti senza disporre di una soluzione definitiva, ma almeno questa volta con uno spirito nuovo.

“Volevo rimettermi in contatto con quella strana energia di chi bussa alle porte del futuro, quella manifestazione di volontà che si oppone a come dovrebbero andare o andranno comunque le cose. Un’ “illusione perduta”, per parafrasare Balzac, che ha una particolare tenacia”, spiega Piccioni. “Mi piace che le quattro ragazze siano velleitarie, capaci di sbagliare, di scegliere una strada senza alcuna bandiera ideologica; e mi piace anche che il film sia irregolare, che le soluzioni vengano rinviate, la storia sia resa intermittente”. Ragazze di oggi, senza troppi fronzoli social, che sembrano vere anche senza presentare quei comportamenti codificati immediatamente riconoscibili. I caratteri delle protagoniste di Questi giorni hanno sempre quel mezzo tono di urla e strepiti in meno, quella sfumatura impercettibile dell’anima in più, da renderle inevitabilmente e dolorosamente contemporanee: “Le nostre lotte giovanili (Piccioni ha 63 anni ndr) si appoggiavano sul benessere generale del paese. Queste 25enni sentono invece di non avere molto tempo a disposizione, sono assediate dall’incertezza e sono un po’ più adulte di noi, meno bamboccione. Forse quello che gli manca è il sentimento che la nostra generazione sbandierava del mondo, la chiesa, il cinema, il rock, la politica”.

La sciatteria formale e la generalizzazione contenutistica del pessimo Paradise di Andrei Konchalovsky è invece uno dei punti più bassi raggiunti dal Concorso veneziano. E dire che ancora una volta la modestia, che contraddistingue uno dei più sopravvalutati registi russi contemporanei, lo aveva portato ad affrontare un tema leggero leggero: l’Olocausto. Aiuto. Ecco un altro elefante nella cristalleria. L’abbiamo già detto e lo ribadiamo: dopo Il figlio di Saul lo sterminio ebraico da parte dei nazisti e i relativi interni/esterni dei campi di concentramento, non possono più essere filmati. Prendiamoci una pausa tutti sul tema in esame. Riflettiamo, proviamo a non cadere nella trappola della trattazione gratuita. Perché Konchalovsky sembra non aver visto non solo il film di Laszlo Nemes, ma anche Schindler’s list di Spielberg o i nazi exploitation di Sergio Garrone.

Paradise è un sandwich di pane raffermo imbottito di inutile violenza, sovraesposizione voyeuristica delle origini del male con un raccontino esile esile srotolato per due pesantissime ore. Olga, l’aristocratica russa immigrata e membro della Resistenza francese, arrestata dalla polizia nazista per aver nascosto dei bambini ebrei finisce in un campo di concentramento dove incontra Helmut, un alto ufficiale tedesco delle SS, con il quale un tempo aveva avuto un relazione. Lui la aiuta facendola diventare cameriera nel suo appartamento e offrendole una via di fuga impossibile. Incapace di comporre un’inquadratura di senso compiuto, Konchalovsky non pago nell’aver reso in modo dozzinale quella fetta di Olocausto (c’è il formato 4:3 de Il figlio di Saul, per intenderci, usato come una mannaia o delle interviste dei protagonisti fronte macchina con i salti di pellicola – sic!- riprodotti grossolanamente in digitale), sconfina perfino in una strampalata adulazione dello stalinismo. Un imbarazzante ed inguardabile pataracchio, insomma, regalo al sistema produttivo russo da far tornare a Venezia, e niente più.