Desiderio, potere, soldi, sesso: le leve individualistiche del mondo. Nella realtà come nella finzione. In un certo senso se le sono involontariamente spartite Kim Rossi Stuart e Michele Santoro nei loro film portati alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia. L’attore/regista ha presentato come evento fuori concorso il suo Tommaso, storia di un attore incordato da fardelli familiari e travolto da piccanti desideri verso le donne. Santoro firma invece la regia del doc Robinù, un’esplorazione inedita e sconcertante della Napoli attraversata dai baby-boss.

Di potere in Robinù ce n’è poco e sotterraneo perché si parla di schiavi giovanissimi portati al grilletto da “o’ sistema”. Anche se spesso, si dirà, è colpa anche di famiglie tragicamente distratte. Santoro esordisce dietro la macchina da presa scegliendo un tema duro, “la paranza dei bambini”, o meglio quelle sacche di criminalità organizzata under 18. Scugnizzi 2.0 dediti a spaccio, rapine e vendette a colpi di kalashnikov rivelano alla telecamera le loro storie, confessano alcuni crimini, il perché, i loro desideri. Ambizioni deformate da una gabbia targata Napoli. Il sottobosco criminale mirabilmente esplorato ha il suo fulcro in una coppia di fratelli, uno ventenne in galera. Sguardo gelido e sorrisino compiaciuto, quando ricorda le sue peripezie dalla cella scatena sentimenti contrastanti. L’altro, il maggiore, pizzaiolo fuggito dalla criminalità verso Parigi.

La lucidità giornalistica è messa a servizio della penetrazione in quegli ambienti che sembrano uno spin-off di Gomorra e invece sono realtà. La camera s’intrufola fin dietro le sbarre, sul letto di un trans che soddisfa camorristi. Si sporge tra i curiosi all’ennesimo omicidio rilevato dalla polizia. Si posa sul viso di una madre disperata o sul racconto di ragazze madri spacciatrici per costrizioni economiche. “Gesù perdona, allora pure io perdono perché sono i figli miei”. Si sente a un certo punto da una di loro. Non mancano il neomelodico di turno e le velleità adolescenziali intorbidite da un’insanguinata corsa al denaro e alla sopravvivenza. L’inchiesta diventa narrazione del reale, intrattenimento di qualità, informazione necessaria su grande schermo: squarcio per la coscienza dello spettatore. Santoro si svela come ottimo regista di cinema della realtà, è questa la notizia che arriva da Venezia. E in autunno il suo lavoro sarà in sala.

Ma se da una parte si percepisce la chiara denuncia dell’assenza di riabilitazione e reinserimento, dall’altra siamo in piena generazione-selfie, e chissà se un film così crudo non venga decodificato solo come sacrosanta informazione socio-antropologica su un aspetto del presente, o se non lusingherà questa criminalità in erba, incitando involontariamente i protagonisti a protrarre condotte criminose o alcuni coetanei all’emulazione.

Il film di costume firmato Rossi Stuart ha toni e intenti del tutto diversi. Parla di crisi d’immaturità utilizzando sesso e desiderio. Tommaso lascia la sua compagna per avere altre storie, magari di sesso. Non si tratta del playboy ambito come preda o modello vincente, bensì di un bell’ometto quarantenne insoddisfatto nascosto dietro le storie carnali che insegue tra sogno e realtà. Ne L’uomo che amava le donne di Truffaut le donne erano “amate” con astuzia e fermezza, qui invece strumentalizzate ad un edonismo confuso e pasticcione. Il regista ha coraggio vincente perché infanga il sex-simbol facendo vagheggiare il suo personaggio tra le insicurezze di un uomo attuale. L’attore Tommaso riversa tutte le sue ambizioni tra psicanalisi, nido sicuro e lavatoio di colpe borghesi, e caccia. Salvo poi piangersi addosso o scontrarsi con una madre piena di segreti.

Al cinema dall’8 settembre, la commedia amara dell’attore/regista romano mostra un percorso accidentato e un’indeterminazione caotica verso il futuro dove non mancano elementi simbolici. Buona prova per un Rossi Stuart impacciato quanto basta nelle vesti anonime del suo character. La regia è molto lucida, forse fin troppo nell’offrire il sogno sullo schermo senza virare nulla visivamente rispetto al reale. Risultato sono le switchate tra realtà e immaginazione del protagonista totalmente trasparenti. Ma è una questione di gusti. Intense anche le prove d’attore, anzi d’attrici, per Jasmine Trinca, Cristiana Capotondi e soprattutto la felice Camilla Diana, che fa una camerierina tutto pepe piena di sorprese.

@FranceDiBrigida