Certo che stiamo vivendo davvero una strana epoca, noi. Prima che la rete arrivasse a pervadere e invadere le nostre vite, diciamo nella seconda metà del secolo scorso, il porno era considerato una cosa proibita. Non solo e non tanto per quel “vietato ai minori di 18” anni che campeggiava sui manifesti che si vedevano nei rari cinema che trasmettessero film a luci rosse (e già il fatto che a indicare la presenza di pornografia ci fosse la luce rossa, come a indicare un pericolo, la dice lunga), ma anche per una sorta di destino che toccava i cosidetti “giornaletti sporchi”. Chi è stato giovane in quel periodo sa perfettamente di cosa stiamo parlando: c’erano diverse riviste che proponevano una pornografia anche piuttosto grezza, e che in genere finivano in un lato scuro e seminascosto delle edicole. Quando capitava, e in genere capitava molto raramente, che qualcuno dei propri amici ne intercettasse uno, magari in un cassonetto, in genere finiva nascosto da qualche parte, a beneficio di chi poi voleva consultarlo. C’era un vero e proprio passaparola tra i ragazzini del quartiere, che accorrevano per vederlo, e magari cercare di capire qualcosa di come funzionavano certe meccaniche e incastri. Non che il porno avesse finalità divulgative o scientifiche, ma prima che l’educazione sessuale fosse anche solo concepita in Italia, e ben prima che certi argomenti diventassero oggetto di discussione in casa, da qualche parte toccava pur imparare.

Chiaramente la pornografia, questa cosa sporca e proibita, era a solo appannaggio dei maschi. Anche solo nominare la parola “pornografia” di fronte a una ragazza era come dichiararsi colpevoli di chissà che atto sconcio e osceno, come costituirsi. Quindi ci guardavamo bene dal farlo. Poi sono arrivati i videoregistratori nelle case. E con i videoregistratori e certe televisioni private che di notte diventavano una sorta di No Man’s Land, il porno ha cominciato a essere anche qualcosa in movimento. Sempre e comunque proibita. Sempre e comunque per solo uomini. Del resto, ci si diceva tra noi, a che femmina mai potrebbe fregare qualcosa così dichiaratamente pensata per l’uomo. Un vero florilegio di parti anatomiche e di esercizi ginnici senza un minimo di fantasia. Anche con una prospettiva tipicamente maschile.

La rete, non siamo certo noi qui a dirlo, ha reso il tutto molto più fruibile, anche troppo. Niente più fascino del proibito, forse perché, superata la fase dei pop-up impazziti che in qualche modo provavano quel che si era andato cercando, la rete è tornata a riportare il porno nella dimensione privata per cui, si suppone, lo si era pensato inizialmente. La rete, è noto, è una sorta di esplosione del porno. Lo si trova facilmente, gratis, e lo si trova ovunque.

Fin qui, quindi, niente di nuovo.

Quel che invece è più recente, diciamo di questi ultimi anni, forse anche di questi ultimi mesi, è una nuova consuetudine che sta in qualche modo portando il porno a essere territorio frequentato anche da chi siamo abituati a pensare non lo frequenti. E non sto certo parlando degli adolescenti, che lo frequentano e lo frequentano male, da adolescenti, finendo poi per provare a emularlo con i danni che ne conseguono. Questo pure è abbondantemente risaputo. No, adesso succede, sui social che ormai sono la vera rappresentazione del reale, assai più del mondo non virtuale, succede che sui social ci siano sempre più donne che parlano di porno. Secondo Pornhub dal 2014 al 2015 la quantità di donne che segue il sito è aumentata di un punto percentuale: dal 23 al 24%, un quarto degli utenti, cifra sicuramente ragguardevole. Ma le donne non si “limitano” a guardarlo, il porno. Di più, non si limitano a parlarne: ne parlano in maniera sboccata, come neanche noi ragazzini negli anni Ottanta.  Soprattutto nei social. Si danno reciprocamente della puttana (scrive Leora Tanenbaum per “Salon” che oggi “slut”, puttana appunto, è il modo in cui ci si saluta fra amiche. E’ come dire “ciao”. “Puttana” oggi è una specie di complimento che si fa a una donna di bell’aspetto. E’ anche un termine comunemente usato sui social), fanno riferimenti pesanti, citano scene e posizioni. E citano Rocco Siffredi. Sempre e ovunque. Il che, in effetti, da parecchio da pensare. Perché Rocco Siffredi, se si conosce e frequenta il porno, è un po’ una sorta di vecchia gloria, come uno che parlando di calcio continuasse a citare Maradona (se volesse citare Pelè dovrebbe citare John Holmes, ma non esageriamo).

Quel che viene da pensare, visto questo continuo parlare di porno e questo continuo reiterare il nome di Siffredi, sempre e solo lui, e mai, per dire, un James Deen, un Mick Blue, un Manuel Ferrara, quel che viene da pensare è che chi tanto parla e chiacchiera di porno in realtà si limiti a fare quello, chiacchierare. E questo potrebbe valere sia per donne che per gli uomini. Non che ci sia niente di male, ognuno fa quel che vuole, ma se si vede al porno e al parlare di porno come a qualcosa da esibire, forse, qualcosa che non gira giusto ci deve essere. Il porno è il porno. Farne un atto di emancipazione, nel 2016, sembra un po’ fuori tempo massimo. Darsi della puttana e citare Rocco, poi, sembra davvero guardare al sesso come qualcosa da affrontare con ansia. Come dire, lo volete guardare? Fate come vi pare. Lo volete citare ogni due per tre? Pure. Basta che sappiate che la modalità che avete adottato è goffa, carica, eccessiva. Nulla di sensuale. Nulla di vagamente provocatorio. Goffa e basta. Avete presente il Verdone e la Gerini di “o famo strano”? Ecco, siamo esattamente da quelle parti lì. Piuttosto, fatevi furbe, citate Kazuo Ishiguro, che quel nome va bene sempre e iniziate a parlare di quel che resta del porno, magari qualcuno vi prenderà sul serio.