Cosa accadrà nelle prossime settimane del Movimento 5 stelle non è facile da prevedere. E’ opinione diffusa però che le aspirazioni che hanno mosso milioni di persone a votare il movimento rischiano di essere risucchiate alla prova del governo romano in una palude di dilettantismo, improvvisazione e scarsa trasparenza destinati a lasciare un segno indelebile sul futuro della forza politica che doveva rivoluzionare il paese.

Certo, molti diranno che guardando al vecchio governo di Alemanno o del Pd, i problemi erano assai più gravi e il malaffare più diffuso e radicato. Questo è senza dubbio vero, così come è evidente che i media collegati ai poteri forti siano saltati famelicamente sulla vicenda per portare acqua al mulino dei loro padroni.

Ma il votante grillino medio, quando ha messo la scheda nell’urna, esprimeva attese diverse rispetto alla nuova classe dirigente. Non era una questione di meno peggio, o un po’ meglio. Il nodo era che si reclamava un ceto politico radicalmente diverso da quello che lo aveva preceduto. Certo non tutti i sindaci 5 stelle sono eguali. Ci sono le esperienze di Torino e Parma. Ma guarda caso, Parma è messa in quarantena da Grillo e dal direttorio mentre la Appendino a Torino ha da subito dimostrato un’autonomia che la rende anomala rispetto alle dinamiche di gestione del movimento a livello nazionale.

Il punto centrale della questione però, non è se i 5 stelle sapranno superare l’attuale crisi, o ne verranno irrimediabilmente travolti. Forse riusciranno a sfruttare l’impopolarità crescente di Renzi, o forse sarà una nuova crisi economica a rinforzare il vento che soffia nelle vele della ammaccata barca grillina. L’interrogativo cruciale è se veramente c’è del nuovo in questo movimento, un nuovo capace di riscrivere le regole offuscate della vecchia democrazia, in grado di rigenerare la passione civile di quei milioni di italiani che comunque continuano a credere sia giusto impegnarsi per un futuro migliore per se stessi e i propri figli. Sono i 5 stelle un nuovo modello di democrazia?

L’impressione, dopo le prime esperienze di governo, è che a avere portato al successo il movimento siano stati soprattutto slogan, strategie di marketing e intelligenza comunicativa, in perfetta continuità con quanto era accaduto con Berlusconi prima e Renzi dopo. Certo, il linguaggio di Berlusconi e Renzi era diverso da quello di Grillo. Berlusconi prometteva meno tasse e libertà per tutti. Renzi crescita, rottamazione e bonus da 80 euro. Mentre Grillo parlava di onestà, di trasparenza e di democrazia dal basso come perno della strategia per risollevare la nazione dal baratro di qualunquismo e malaffare in cui era sprofondata. Uno vale uno, non più qualcuno che decide per tutti gli altri.

Quello che si vede in questi giorni a Roma purtroppo è lo sconfessamento di questa promessa. La politica dell’uno vale uno si è tradotta in processi di selezione anonimi della classe dirigente, scelti più sulla base di simpatie e amicizie da un numero ristrettissimo di votanti che non in base a una valutazione approfondita delle qualità individuali. L’esito è una scelta di un ceto dirigente lasciato al caso, o a seconda dei punti di vista all’onestà dei votanti. Un ceto in larga parte privo di competenze, alle volte persone oneste, altre con un senso dell’etica più discutibile, con un livellamento verso il basso che Alexis de Tocqueville aveva già individuato come il presupposto naturale per lo scivolamento verso il dispotismo. Incarnato emblematicamente da un direttorio e da un leader che scelgono i propri servant in base alla sudditanza e all’ortodossia nel rispettare il pensiero dominante più che alla preparazione intellettuale e all’autonomia di pensiero.

Vedere oggi la Raggi e il direttorio cercare disperatamente nella nomenklatura tecnica amica assessori e capi di gabinetto che dovrebbero essere rintracciati all’interno di un corpo politico maturo e consapevole dà l’idea di un fallimento che prima ancora che essere imputabile alle singole persone era già dall’inizio drammaticamente insito nella strutturazione strategica e politica del movimento.

Walter Lippmann nel 1922 scriveva che ogni democrazia che voglia dirsi tale deve poggiare sul senso critico dei cittadini. Lippmann è stato il precursore di generazioni di pensatori che hanno evidenziato come solo attraverso la cultura, la formazione, la scuola, e il confronto sui contenuti, i mali delle democrazie rappresentative possono sperare di essere curati. Il grillismo ha venduto per democrazia processi che di democratico hanno assai poco. Democrazia non è solo sapere lanciare slogan. Democrazia è una pratica antica che richiede impegno, investimenti di medio periodo, capacità di assumere decisioni consapevoli. Qualcosa che il grillismo non ha avuto tempo di costruire, ma molto probabilmente nemmeno la volontà di fare, rimanendo in questo perfettamente in linea con chi ha governato negli ultimi venticinque anni l’Italia.