Otavalo ospita il proprio mercato, certo, ma è il mercato che avvolge Otavalo! Cominciamo dal principio. Ci troviamo nel nord dell’Ecuador. Dopo i primi isolati giungo alla piazza dove si svolge il mercato del sabato, Plaza de los Ponchos. E mi accorgo che il mercato c’è anche oggi, che è mercoledì. E che occupa tutta l’area calpestabile della piazza. Per cui quando torno all’hostal chiedo chiarimenti dalla signora che dirige la struttura, la quale mi spiega che il mercato c’è tutti i giorni, e che quella del sabato è la “festa”. In quel giorno della settimana a Plaza de los Ponchos si aggiungono praticamente tutte le vie e le strade circostanti. Per questo Otavalo il sabato è vestita (e con che classe!) dal proprio mercato.

Ora, il mercato che si svolge a Otavalo è il mercato artigianale tessile più grande di tutto il Sud America. Al mattino del sabato gli “espositori” giungono dai rispettivi paesini, dalle montagne o dalle campagne, verso l’alba. I generi sono fondamentalmente quello tessile, quello legato ai piccoli lavori in ceramica, quello in argento, e infine, ma non così ristretto, uno spazio nella piazza è dedicato al cibo, ai sapori, alle spezie, etc..

Faccio tre giri, fra mattina, ora di pranzo, e pomeriggio. Mi perdo soprattutto in Plaza de los Ponchos, dove fra colori, coperte, tessuti, sciarpe, camicie, ponchos, lana, alpaca, amache e ricami pare essersi innalzato un paese di stoffa che ti ospita fra i suoi corridoi, a volte stretti e ridondanti, a volte più larghi. E’ come un palcoscenico, una città filmica, un set, ma ciò che accade è vita vera, tangibile, quotidiana. Ci si intuisce con gli sguardi nella finestra sottile e altalenante fra una tenda e una coperta appesi, si cerca di capire da dove si è arrivati per evitare di rifare lo stesso tratto, comprendendo abbastanza in fretta che anche in quel ripetere gli stessi tratti starà il bello della giornata.

Qui si contratta. Chiedi il prezzo e te lo dicono. Poi una sorta di breve spazio di silenzio attende la prima controproposta. Se non la fai te la mettono in bocca loro. E allora si cerca di capire se puoi tirare e quanto, o se per il fatto d’essere arrivato qui sapendo che si può (anzi, si deve) contrattare, hai subito rilanciato una cifra insostenibile. Ma se esageri te lo fa capire subito uno sguardo divertito, se è il contrario un accenno di riflessione. Non dico nulla di nuovo, chiaro, ma se entri nella logica della contrattazione e la fai tua, il divertimento, oltre che l’acquisto, è assicurato!

Il primo giro lo faccio cercando di fotografare. Qui è abbastanza complicato, la maggioranza delle persone che realizzano ed espongono la propria merce sono quechua, etnia derivante dal vecchio Impero Inca, oggi dieci milioni di persone circa fra Perù, Ecuador e Bolivia. E i quecha, in genere, non amano farsi fotografare, anche se naturalmente non vale per tutti, anzi. Tanti si voltano dall’altra parte se si accorgono di rientrare nell’inquadratura di una fotocamera. Poi magari due metri più in là trovo persone che addirittura mi chiedono uno scatto. E al solito, dopo un minimo di conoscenza e di dialogo, le barriere tendono a cadere.

Ma i quechua sono anche e soprattutto abilissimi (ed elegantissimi) lavoratori di tessuti, di metalli, di artigianato in genere -diremmo oggi- e profondi conoscitori di piante medicinali. La loro lingua, la lingua quechua appunto, o runa-simi, non solo resistette alla “conquista”, ma in seguito venne parlata anche dagli europei, dai missionari, e possedette una propria letteratura.

I colori dei loro manufatti sono ipnotici, eppure ti fanno sentire libero, come se vedendo questa moltitudine di toni riuscissi a comprendere, per l’ennesima volta, che ci sono tanti di quei modi ancora di essere, di stare al mondo, di forme e di sistemi da attribuire alle nostre cose, da apparire lampante che siamo noi, semplicemente, a non averci ancora provato.

Ed ecco perché a un certo punto, fermo dopo aver scattato un paio di foto a uno dei tanti banchetti, sollevo lo sguardo e mi volto attorno, e d’un tratto mi accorgo d’essere circondato di bellezza. Mi viene da alzare le braccia in segno di resa, non posso scappare in alcuna direzione. Non voglio scappare in alcuna direzione.

La giornata è stata dedicata alla fiera, alla festa, alla bolgia. Al firmamento di colori e svolazzi che indorano l’aria. Agli odori dei cibi e delle spezie, e agli sguardi, quali dolci quali avari, alle schiene appoggiate ai muri, ai marciapiedi coperti di mercanzia, ai bambini nelle coperte o nei foulard avvolti alle schiene delle madri, a quelli che sbucano da sotto le bancarelle o da dietro un grumo di tende, ai quadri di colori poderosi di alcuni artigiani, alla densità della piena. Quando a sera esco per andare a cena, mi rendo conto che il paese è ancora in fermento, restìo a tacere. E si sente come il sapore di una strana geografia che ti si domanda e risponde dentro.

Jean Cloud Izzo scrisse da qualche parte che appena arrivato in una città nuova, la prima cosa che fa è andare a visitare il mercato. L’origine etimologica del termine “mercato” rimanda principalmente a prodotti alimentari. Credo che al di là di tutto il mercato sia, oltre che parte integrante della cultura di centinaia di paesi, davvero una festa, un esorcismo alla solitudine. Può piacere o meno come qualunque festa, certo. Ma il suo principio vede nella mercanzia il perno, addirittura la scusa, per uno scambio di vita di mano in mano. Dura poco quello scambio, ma in quel passaggio c’è la carezza di chi passa il testimone, da mio a tuo, da me a te, da ciò che sono io a ciò che sei tu. Non siamo soli. Non siamo ancora soli. E nella carezza, sta la festa.