Si è svolto oggi il test di ammissione nazionale per l’immatricolazione ai Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia. Come ogni anno ci sono state contestazioni in varie sedi, non ultima la lettera di una candidata al Presidente della Repubblica. Nonostante la materia sia stata esaminata più volte su vari giornali (anche da me), essa rimane un argomento caldo, sul quale si reinterviene costantemente, ripetendo le stesse argomentazioni. Anziché ripetere ulteriormente le mie opinioni, che peraltro concordano pienamente con quelle del vice Direttore di questo giornale, proverò a mettere in ordine le diverse problematiche che periodicamente vengono riproposte, di solito alla rinfusa: a volte chiarire l’argomento è più utile che esporre le proprie opinioni.

Una questione costantemente sollevata è se il numero chiuso sia o meno anticostituzionale. Poiché l’art. 34 della Costituzione garantisce il diritto allo studio ai “capaci e meritevoli”, e poiché in linea di principio il test di ammissione può essere visto come uno strumento per identificare i capaci e i meritevoli, non mi sembra che ci sia una ovvia ragione di incostituzionalità. Di fatto l’art. 34 della Costituzione si preoccupa dei capaci e meritevoli privi di mezzi, mentre quelli che avversano il test di ammissione spesso sono quelli che non lo superano, e che spesso i mezzi li avrebbero: in pratica non quelli che la Costituzione vorrebbe tutelare. Ovviamente si potrebbe sostenere che la Costituzione non dice “i più capaci e i più meritevoli”, e che quindi un esame di ammissione, per avere piena legittimità costituzionale, dovrebbe richiedere non il raggiungimento di una certa posizione in graduatoria, ma il possesso di un certo livello di preparazione.

Un argomento completamente diverso, che in genere viene impropriamente mescolato col precedente, è che la qualità dei test è cattiva: sono nozionistici, richiedono nozioni che esulano dai programmi del liceo, etc. La qualità è però cattiva per tutti i candidati e può al massimo introdurre una certa casualità nella selezione: non si presta a costituire una obiezione di principio.

Chi contesta il numero chiuso di solito suggerisce che la selezione vada fatta durante il Corso di Laurea anziché all’ingresso. A parte le due ovvie considerazioni che il concorso di ammissione è per sua natura più resistente alle possibili raccomandazioni degli esami di profitto, e che lo Stato ha interesse a sostenere i costi della formazione solo in relazione al prevedibile fabbisogno di laureati, la questione è quella della qualità e della possibilità stessa dell’insegnamento: non è la stessa cosa organizzare un Corso di Laurea per 100 o per 700 matricole, tale essendo più o meno il rapporto tra il numero degli ammessi e quello dei candidati. Di fatto se noi a regole di oggi abolissimo il numero chiuso a Medicina le strutture risulterebbero insufficienti e si porrebbero insormontabili problemi di sicurezza.

Bisogna ricordare che il numero chiuso è previsto nella normativa comunitaria alla quale l’Italia si adegua e che questa prevede che il numero di matricole sia commisurato ad alcuni requisiti oggettivi delle strutture (tra i quali le dimensioni del Policlinico di riferimento).

Infine, naturalmente, la meritocrazia: ciascuno vuole che il merito sia premiato e ritiene che la dimostrazione che questo avviene è data dal proprio successo, mentre il proprio insuccesso sarebbe la prova provata della presenza di imbrogli. Questa distorsione del pensiero è stata studiata dalla psicologia e si chiama illusory superiority, e fa si che “la persona media, se richiesta, tipicamente afferma di essere sopra la media”.

Poiché i candidati al concorso di ammissione a Medicina e Chirurgia sono mediamente sette volte più numerosi dei posti disponibili, alla fine del concorso il numero dei candidati convinti di essere stati vittime di un imbroglio è sei volte superiore a quello dei candidati che ritengono si sia trattato di una competizione onesta. Cosa volete mai pretendere dal paese dei furbetti?