Napoli perde un altro pezzo della sua storia musicale. Dopo Pino Daniele, scomparso a inizio 2015, è infatti morto Carlo D’Angiò, compositore e studioso della tradizione musicale partenopea. Noto per i suoi trascorsi al fianco di personaggi come Eugenio Bennato e Teresa De Sio, D’Angiò è a lungo stato uno dei punti di riferimento per il folk del capoluogo campano, dove per folk si intende la musica tradizionale di Napoli, patrimonio italiano capace come pochi altri di seguire un proprio originale percorso. Prima esperienza musicale importante fu la Nuova Compagnia di Canto Popolare, nata nella metà degli anni Sessanta sotto la guida del maestro Roberto De Simone e in buona compagnia di Eugenio Bennato, Giovanni Mauriello, e in un secondo momento Beppe Barra, Patrizio Trampetti e Fausta Vetere.

Autori di album entrati di diritto nella nostra storia musicale, la NCCP ha avuto anche un momento di successo popolare con l’entrata in classifica di una versione di Tamurriata nera, un brano che oggi, alla luce del recente successo della pizzica e la taranta, sembra quasi profetico. A questa esperienza seguì, esattamente quaranta anni fa, il progetto Musicanova, sempre con Bennato e con Teresa De Sio, Gigi De Rienzo, Roberto Fix, Pippo Cerciello, Alfio Antico, Andrea Merone, Francesco Tiano, Aldo Mercurio e Tony Esposito. Musica e impegno politico, ricerca culturale e intrattenimento, tradizione e sperimentazione, poesia e musica, queste le principali caratteristiche di una carriera che in oltre cinquant’anni ha lasciato eredità e tesori inestimabili.

Studioso instancabile, D’Angiò si è fatto promotore di una costante ricerca nella tradizione musicale locale, certo non disdegnando le contaminazioni col pop e con la musica sperimentale. Non a caso la sua voce è finita nell’ultimo album degli Almamegretta, Enneenne, proprio in questi giorni in lizza per la Targa Tenco, dove duetta in Musica popolare con Raiz, e proprio per questo uno degli autori e interpreti più interessanti delle nuove leve napoletane, Francesco Di Bella, già leader e voce dei 24 Grana, ha deciso di inserire nel suo album solista Nuova Gianturco una sua personale versione di Brigante se more, tratto dal repertorio dei Musicanova e probabilmente brano di D’Angiò più famoso anche per il suo essere diventato colonna sonora di uno sceneggiato televisivo di un certo successo, L’eredità della priora, andato in onda sui canali Rai per la regia di Anton Giulio Majano nel 1980.

Dopo aver archiviato quell’esperienza D’Angiò tornò al suo vecchio mestiere, quello di ingegnere, fortunatamente continuando a fare incursioni nel mondo della musica, quasi sempre in compagnia del suo amico di sempre, Eugenio Bennato. Nel 2011 il suo unico album solista, Viva il sud, un doppio cd che raccoglieva nuove composizioni, figlie anche delle contaminazioni musicali arrivati dai nuovi migranti, che si tratti di migranti dal Nord Africa o dai Balcani, e brani tradizionali riarrangiati e ripensati da una mente decisamente poco incline a riposarsi. Carlo D’Angiò, nome da re, spirito da popolano ribelle seppur gentile, settant’anni, è morto per un tumore, nel giro di pochi mesi. Ha fatto giusto in tempo a registrare ancora musica con Eugenio Bennato, ma non ci è dato sapere cosa e se mai queste registrazioni vedranno la luce. Quel che ci lascia, musicalmente, è un patrimonio che andrebbe tutelato, fatto difficile in un paese che tende a emarginare gli intellettuali e a dimenticarsi presto di chi non c’è più. La speranza è che le nuove leve ne conservino la memoria, come recentemente un Vinicio Capossela ha fatto con Matteo Salvatore e la musica dei Cantori di Carpino.