BERLINO – Ci sono azioni, ci sono gesti, ci sono spazi che tutti dovrebbero avere la possibilità di gustarne l’aria, morderne quell’intangibile delicatezza, sentire nella loro straniante normalità. Qui ed ora Berlino odora sempre di nuovo, un cantiere aperto di uomini e lingue, di linguaggi e costruzioni, di cemento e mentali. Decostruire e ricostruire in un continuo loop a rimescolare le carte, senza dare punti di riferimento. E devi essere pronto e non essere ancorato, altrimenti ti strappi, ti slabbri, ti perdi. Non pensare a domani ma annusare l’oggi. E ci sono accumuli di appuntamenti che sono emblema e fotografia, icona e sentimento di questo andamento, di questa armonia dove lasciarsi cogliere, trasportare, flettere è puro piacere. Luoghi non fisici ma esperienziali come il “Tanz im August”, un mese di rassegna di danza contemporanea, dove il nuovo abbaglia in un dato di fatto che comprime e rilascia, avvolge il filo del detto per riversarlo in liquidità in trasformazione. Un nuovo/altro sentire, che fa dell’apertura un sistema di vita, un concetto applicabile all’arte come all’esistenza. E lo vedi dalle facce, da quegli occhi di ogni fattezza a cogliere, scrutare, perforare, mangiare, assorbire la scena. Qui, alla HAU, a Kreuzberg, come alla Festspiele, a Charlottenburg, due performance hanno colpito e affondato, riemerso, resuscitato e plissettato le retine di nuovi abbaglianti significati.

Con un unico comune denominatore, “Blessed” di Meg Stuart come “Celui qui tombe” di Yoann Bourgeois, che è l’instabilità, la precarietà odierna, la sfida perduta dell’uomo con Dio, hanno, partendo da assunti lontani, toccato corde profonde. Se in “Blessed” è il nostro mondo conosciuto ad andare in rovina e in malora, in “Celui” una grande accetta da tagliagola a forma di gigantesco rasoio o altalena da Luna Park trancia questi uomini obbligati alla giostra senza salvezza, novelli Prometeo ostinati nella loro ginnica ricerca di portare a casa la pelle mentre incessante pulsa e vibra la mannaia come in un grande videogioco interattivo.

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In “Blessed” è una pioggia apocalittica e catastrofica, chimica e acida, a sfasciare e mandare in frantumi, macerandola, questa piccola oasi che l’uomo si è costruito: la casa, che sa di grotta di Gesù Bambino, una palma, che è natura e ombra, un cigno, che sono gli animali, ma anche la bellezza e l’eleganza del Creato. Il tutto di cartone. L’acqua torrenziale, da temporale equatoriale, che scroscia da questo cielo aperto, che non ammette pause né pentimenti, si abbatte sulle tre costruzioni fragili di celluloide distruggendole e modificandole in una pappa primordiale, in una marmellata indistinta e sbiadita, azzerando questo Eden dove il solitario Adamo non può far altro che tentare di rimettere in sesto le strutture, fallendo. Dio arriva colorato e ballante, in tuta attillata, svolazza e, senza bagnare le sue piume, ride di quest’uomo, lo deride e sghignazza delle sorti del mortale costretto alla resa. L’acqua qui non è benedetta (come suggerirebbe il titolo), non è manna che cade a sfamare ma è diluvio universale e il nostro ominide certamente non è Noè. Tutto si accartoccia e si vanifica, si appiattisce e si ripiega su se stesso, la materia implode, si polverizza, si scioglie, si liquefà; questo piccolo mondo adesso è lacerato, stravolto, ferito, il suo habitat deformato, impiastricciato, appallottolato. Cade la casa, muore il cigno, si abbatte la palma. Tutto è fradicio e marcio, ciò che ha costruito l’uomo è andato in pezzi sotto il peso della Natura ria e matrigna, come in un terribile terremoto. Niente è più come era, tutto ha perso le sue sembianze, tutto è pantano, palude, poltiglia sporca. L’uomo, e le sue creazioni, reali o intellettuali, è fragile.

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Un’altra oasi senza scampo, un altro Dio-burattinaio che anima i fili (qui anche le corde e le catene) e le sorti degli umani in “Celui qui tombe” dove questa lastra scende dal cielo (altra similitudine con “Blessed”) come astronave e sembra un vinile (ricorda il video della canzone “Everything is everything” di Lauren Hill dove Dio è un dj) che ruota vorticosamente mentre gli uomini (sei danzatori iperatletici dalle pose plastiche che si muovono al millimetro; non potrebbe essere altrimenti, rischiano realmente) sono puntine e solchi, saltano, sopra e sotto, cercando di evitarla, domarla, governarla. Senza successo (come in “Blessed”). Pare un grande panetto di tofu, un’amaca di dimensioni spropositate in accelerazione, a prendere rincorsa e velocità, un pendolo che taglia e seziona il tempo costringendo gli umani a schivare gli ostacoli, aggrapparsi come bonobo o crocifissi. L’uomo è un granello e Dio continua a giocare a dadi con lui. Barando.