La richiesta nei confronti di Apple di 13 miliardi per imposte non pagate, resa nota dal commissario Margrethe Vestager, ha destato non poco scalpore e dà inizio ad una controversia che non si risolverà in tempi brevi. E’ molto difficile prendere una posizione su un caso di tale complessità tecnica, così come è fin troppo facile lasciarsi andare a fascinazioni di tipo moralistico contro l’impresa senza scrupoli o ideologico contro la burocrazia perennemente in cerca di vampirizzare chi è in grado di generare valore. Alle complessità tecniche, si aggiungono quelle che potremmo definire di “diplomazia fiscale” poiché gli Stati Uniti sono già sul piede di guerra per rivendicare il proprio diritto sugli utili non rimpatriati e c’è da aspettarsi qualche forma di ritorsione.

Dunque abbiamo da un lato, un’impresa che decenni or sono ha chiesto numi a uno Stato sovrano su come pagare le imposte e si è regolata secondo le indicazioni ricevute (ma è plausibile immaginare che abbia avuto un forte potere negoziale nell’influenzare la pronuncia dello Stato) e dall’altro la Commissione Europea che nel pieno esercizio delle proprie competenze ha accertato una condotta che sostanzia quello che viene definito un aiuto di Stato e come tale intende perseguirlo (anche se può fare un po’ specie che un istituto volto a tutelare la concorrenza venga di fatto impiegato per contrastare un caso di elusione fiscale*).

Piuttosto che cercare di venire a capo del caso specifico, come avevo provato a fare nel post sull’accordo fiscale di Apple col governo italiano, può essere opportuno provare a formulare delle riflessioni di carattere più generale e cercare di trarre un insegnamento da questa storia. Il nodo centrale della controversia riguarda la “simmetria” tra il sistema fiscale statunitense e quello irlandese con riferimento a chi viene assoggettato ad imposizione. Gli Stati Uniti tassano tutte le società costituite nel proprio territorio anche per gli utili realizzati all’estero, questi ultimi vengono tassati materialmente nel momento in cui vengono trasferirti su conti statunitensi (e per questo motivo ci sono alcune migliaia di miliardi di utili di società Usa parcheggiati all’estero); l’Irlanda invece tassa le società sulla base del luogo dove viene svolta la loro attività e dove vengono prese le decisioni strategiche.

E’ abbastanza evidente che una società costituita in Irlanda, che tenga le riunioni del proprio cda negli Stati Uniti non sarà tassata dall’Irlanda perché non è lì che viene svolta l’attività direzionale, ma neanche negli Stati Uniti perché non è lì che è stata costituita (il meccanismo è spiegato bene in questo articolo del New York Times). Per quanto diabolico o immorale possa sembrare, con riferimento alla condotta della singola azienda, quel che emerge è una sostanziale inadeguatezza dei sistemi fiscali a fronteggiare le nuove caratteristiche dell’economia globale. E’ altrettanto evidente che nessuno può pensare di regolare la materia in modo indipendente dagli altri, pena l’incentivo all’elusione o all’emigrazione dei contribuenti.

Se anche per gli individui è facile come mai prima d’ora “votare con i piedi” lasciando le nazioni malgovernate, troppo burocratiche o dal fisco troppo esoso, per le imprese è quasi una necessità di sopravvivenza ottimizzare il versante fiscale almeno in misura analoga a quanto fanno i propri concorrenti onde evitare uno svantaggio competitivo.

Le lezioni che potremmo portare a casa da questa vicenda (lasciando alle sedi opportune il compito di dirimere in modo definitivo la controversia) potrebbero quindi essere che:

1) in un mondo dove i sistemi fiscali dei principali paesi avanzati hanno coerenti schemi di reciprocità l’artificio utilizzato da Apple sarebbe impossibile (si badi che qui non ci sono paradisi fiscali di mezzo, ma sostanzialmente 2 falle nella regolamentazione di due nazioni), dunque occorre cooperare per dar vita a un sistema fiscale globale che nel suo complesso non abbia punti deboli di questo genere;

2) in un’epoca in cui le imprese possono spostarsi con facilità, può aver senso per le nazioni, specie quelle come gli Stati Uniti che hanno la capacità di dar vita ad aziende globali, rinunciare a una parte del gettito garantendo una pressione minore in misura permanente e non eccezionale a chi accetta di rimpatriare i capitali (e quest’argomento è sul tavolo di Apple in seguito alla sentenza);

3) più in generale sarebbe opportuno cercare di ripensare e aggiornare i meccanismi fiscali per adeguarli ad un sistema nel quale spesso la progettazione, la produzione e la commercializzazione di beni e servizi avvengono sempre più spesso in giurisdizioni diverse e riguardano sempre più beni immateriali..

Non sappiamo come finirà lo scontro tra l’azienda che fu di Steve Jobs e la Commissione Europea ed è presto per farsi anche delle opinioni sufficientemente informate, è tuttavia abbastanza plausibile che si tratti di un importante segnale del fatto che la struttura con la quale viene concepita e applicata la fiscalità internazionale è destinato a trasformarsi radicalmente se non vuole finire in pezzi.

*In astratto si può certamente argomentare che chi beneficia di un vantaggio fiscale possa utilizzarlo per praticare una concorrenza sleale, ma è difficile applicare questo tipo meccanismo al caso di Apple che in genere non viene scelta dai consumatori per i prezzi artificiosamente bassi.