“Se ad Amatrice non si finanzierà anche la ricostruzione delle seconde case, non si ricostruirà Amatrice”. Stefania Pezzopane, ex presidente della provincia dell’Aquila oggi senatrice del Pd, parte dall’esperienza di quanto è stato fatto in Abruzzo dopo il terremoto del 2009. Lì i finanziamenti del governo sono arrivati a singhiozzo e i contributi sono stati destinati soprattutto a rimettere in sesto gli immobili destinati ad abitazione principale, lasciando così fuori gran parte delle seconde case, degli uffici e delle attività commerciali. Una soluzione che ha creato problemi al processo di ricostruzione dell’Aquila e dintorni, ma rischia di essere ancora meno adeguata per i comuni del Centro Italia colpiti dal sisma del 24 agosto. Amatrice, per esempio, ha meno di 3mila residenti, ma la popolazione si moltiplica nei periodi di vacanza. Finanziare solo la ricostruzione delle prime case lascerebbe così molti buchi.

Su quali potranno essere le decisioni del governo a riguardo al momento c’è solo un grande punto di domanda, perché in Italia manca una legge quadro che in caso di calamità tracci le linee guida su come assistere la popolazione, sospendere gli obblighi fiscali, favorire la ripartenza delle attività imprenditoriali e, appunto, la ricostruzione degli edifici. Ogni volta, insomma, si deve partire da capo. Ecco quali sono state le scelte in materia di ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila e quello dell’Emilia Romagna nel 2012.

L’Aquila, 4 anni di ritardo nel centro storico e pochi contributi per le seconde case
Al di là dei finanziamenti delle new town volute da Berlusconi, che dovevano contribuire in via provvisoria alla sistemazione degli sfollati, la ricostruzione vera e propria del capoluogo abruzzese è partita dalla periferia. “Una scelta condivisibile – sostengono sia Pezzopane che l’assessore alla Ricostruzione dell’Aquila Pietro Di Stefano – perché la priorità era quella di recuperare una sistemazione per il maggior numero possibile di abitanti”. La periferia da un lato aveva più residenti del centro storico, dall’altro aveva subito meno danni. “In parallelo si sarebbe però dovuta avviare la ricostruzione del centro storico – dice Pezzopane -. E invece lì si è partiti quattro anni dopo”. I primi finanziamenti destinati al centro dell’Aquila sono infatti arrivati solo nel 2013 e una ricostruzione vera e propria è iniziata solo a cavallo tra 2013 e 2014. “Sul tempo perso per la ricostruzione nel centro storico – accusa Di Stefano – ha influito anche la decisione di imporre per i centri storici dei comuni colpiti l’approvazione di piani di ricostruzione, a cui il commissario delegato dal governo Gianni Chiodi ha deciso di dare una valenza analoga a quella dei piani urbanistici”. Le amministrazioni comunali si sono così dovute sobbarcare un adempimento burocratico che ha rallentato tutte le procedure e le ha esposte ai ricorsi dei privati.

Per quanto riguarda i contributi per la ricostruzione, la scelta del governo è stata quella di finanziare il 100% dei lavori di ricostruzione delle abitazioni principali, con una spesa massima di 1.270 euro al metro quadro (parametro di costo valido per l’edilizia residenziale pubblica), limite superabile per gli edifici vincolati della sovrintendenza in quanto beni architettonici. Per tutti gli altri immobili (seconde case, uffici, negozi) il contributo è stato limitato all’80% della spesa, con un limite massimo di 80.000 euro e per una sola unità immobiliare per proprietario. Una scelta che non ha reso possibile la ricostruzione di diverse seconde case e la ripartenza di alcune attività commerciali, soprattutto fuori dal centro storico dell’Aquila. Per il centro, invece, a un certo punto ci si è resi conto che non finanziare la ricostruzione degli immobili non destinati ad abitazioni principali rischiava di lasciare dei buchi e così nel 2012 il governo ci ha messo una prima pezza con la legge Barca, prevedendo contributi a copertura quantomeno della ricostruzione delle strutture, degli esterni e delle parti comuni di tutti gli immobili, anche quelli con un unico proprietario. Misura che è stata estesa solo l’anno scorso anche ai centri storici degli altri comuni colpiti dal terremoto, grazie a un emendamento al decreto Enti locali firmato da Pezzopane.

In Emilia Romagna contributi anche alle imprese
Per la ricostruzione in Emilia Romagna il governo aveva inizialmente previsto contributi pubblici che coprissero l’80% sia delle abitazioni che degli immobili produttivi. Dopo di che Vasco Errani, ex presidente della regione che come commissario del governo ha gestito il dopo terremoto del 2012 e oggi si appresta a fare lo stesso in Centro Italia, ha ottenuto dei ritocchi all’insù. Alle unità immobiliari destinate ad abitazione principale (sia che fossero case abitate dal proprietario o date in affitto) sono garantiti contributi in grado di coprire tutti i lavori di ricostruzione, con un massimo di 1.450 euro al metro quadro fino a 120 mq (1.200 euro al mq da 120 a 200 mq e 1.000 euro al mq oltre i 200 mq). Per gli alloggi non destinati ad abitazione principale è stato previsto un contributo del 50% delle spese, ma se l’alloggio si trova in un condominio con prime case la ricostruzione delle strutture e delle parti comuni viene rimborsata al 100%. Le imprese hanno invece ottenuto contributi a copertura del 100% dei lavori per la ricostruzione degli immobili, e in più contributi dell’80% per i macchinari andati distrutti, del 60% per le scorte e del 50% per le eventuali necessità di delocalizzazione temporanea degli impianti.

Il ruolo di Cassa depositi e prestiti: “garantiti” sei miliardi
Mentre gli amministratori abruzzesi lamentano finanziamenti per la ricostruzione arrivati a singhiozzo (“il governo Monti addirittura non ha stanziato nulla”, accusa Pezzopane), dagli uffici della Regione Emilia Romagna parlano di un flusso continuo di contributi concesso ai privati via via che i progetti presentati vengono approvati. Merito – spiegano – della scelta di utilizzare un modello di finanziamento che ha visto il coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti, con cui lo Stato ha contratto un mutuo a copertura di tutti i costi di ricostruzione, stimati in 6 miliardi di euro: Cdp garantisce la liquidità e viene poi rimborsata dalle casse pubbliche sia per quanto riguarda il capitale investito che gli interessi.

Va però detto che in Abruzzo, dove l’intervento di Cdp è stato limitato a 2 miliardi, i danni causati dal terremoto sono stati assai maggiori: solo all’Aquila la previsione di spesa complessiva per la ricostruzione unicamente degli immobili privati è di 7 miliardi di euro, mentre i 6 miliardi stimati in Emilia Romagna comprendono i lavori in tutta la regione per abitazioni, negozi, imprese, opere pubbliche e beni culturali. In ogni caso anche in Emilia Romagna la mancanza di una normativa quadro ha creato diverse difficoltà, tanto che tra i maggiori sostenitori della sua urgenza c’è Errani. “Abbiamo dovuto scrivere provvedimenti su pagine che erano bianche – raccontano dagli uffici della Regione -. In qualche caso abbiamo anche chiesto a Roma delle modifiche legislative ad hoc”. È successo per esempio per i contributi concessi alle imprese: “Di solito sono tassati come sopravvenienze attive. Se non ci fosse stato un opportuno intervento normativo le imprese avrebbero perso parte di quanto gli veniva versato”.

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