I linguaggi delle nuove generazioni muovono i loro primi passi importanti, negli anni Quaranta e Cinquanta, fra Roma e Milano. E ancora oggi, fra i tanti giovani e giovanissimi che deformano scherzosamente l’italiano, un po’ per distinguersi e un po’ per nascondersi agli occhi degli adulti, milanesi e romani giocano un ruolo di primo piano. Se la loro lingua, rispetto a quella dei loro coetanei di più di mezzo secolo fa, si è evoluta, i principali ingredienti del “giovanilese” sono rimasti più o meno quelli di allora. Non mancano però le sorprese, com’è normale aspettarsi da chi vuole ogni volta stupire, provocare, sfidare.

“Bella, fratè, come butta?”. “Male, oggi ho sclerato di brutto”. “Scialla, nun te ne fregà”. Facciamola più difficile: “Io lollo sempre un devasto quando i cazzoni ci lasciano o quasi le penne a fare i lollers con gli animali spaccaculi”, scrive Randolk; “Io me la rido sempre di gusto quando gli stolti rischiano la pelle a trattare con leggerezza certi animali selvaggi”, traduce NickZip a beneficio dei navigatori virtuali digiuni di slang sul forum Wayne2k1.

Gli incapaci del web: un po’ “niubbi”, un po’ “utonti”

Un buontempone gli ha addirittura dedicato una pagina ufficiale su Facebook: “Ahah sei nabbo!”. Una parola,nabbo”, che fa il verso a babbo ma strizza l’occhio a babbio. A impugnarla come una clava i giovani e giovanissimi che menano fendenti contro i testoni della Rete: nabbi o nabbioni, e stavolta la rima con babbioni è perfetta.

I nabbi e i nabbioni, e poi i niubbi e gli gnubbi, i nab e i newbboni. Hanno tutti contratto un debito, chi più chi meno, con i newbies o i noobs dell’inglese. Pivellini sia gli uni sia gli altri, ma i primi si sforzano di migliorare mentre i secondi sono irrecuperabili. Noob suona come un insulto, newbie no. I giovani digitalizzati nostrani non stanno però lì a sottilizzare: per molti di loro un noob e un newbie, un niubbo e un nabbione, un nabbo e un newbbone sono più o meno la stessa cosa.

Tante forme per dire novellino o brocco, sprovveduto o neofita. Che è anche un modo per sottrarsi agli occhiuti controllori impegnati a impedire la circolazione nel web di termini offensivi. Mi censuri noob? E allora te lo rendo irriconoscibile, fra un n00b (con due zeri) e un nub, un boon e un obon (anagrammi), un naab e un nappo. Chiede uno, appassionato di giochi spaziali: “nabbo/nappo/niubbo/noob pippa ecc. sn inserite nella blacklist?” la parola nabbo è una parola semi offensiva x determinare un giokatore principiante ma si dice in tutti i game quindi volevo sapere se è contenuta nella blacklist xk nn è una parola offensiva… è un insulto simpatico”. Gli replica l’“imperatore del forum” (si definisce così): “Nabbo non è in black list. Se lo scrivi al plurale invece ti kicka dal sistema. Se scrivi N a b b i e sfortuna vuole che ci sia io a leggere dietro il pc… ti banno perché raggiri la black list!!!”, si legge su Bigpoint.com.

C’è anche chi fa domande come questa: “Ho la definitiva convinzione che il pc sia meglio lasciarlo senza coperchi perché si raffredda meglio e lo sento dalla ventola che gira molto meno. Siete d’accordo?” Un utente un po’ surreale di Niubbi.net, più che un nabbo. La spietatissima Rete ne ha anche per quelli come lui. Sono classificati fra gli utonti, un’ibrida specie virtuale miracolosamente prolifica.

Il caso webete

petalosoPer petaloso è accaduto lo stesso che per webete, anche se la situazione era lì un po’ diversa. Un bambino crea la parola (fig. 1) e, a un certo punto, schizza fuori chi fa notare l’esistenza dell’ingl. petalous (‘provvisto di petali’) e chi ricorda che anche in italiano il termine non è nuovo: l’avrebbe già accolto, in un contesto latino, un trattato di animalia, fossilia, plantas, ex variis mundi plagis advecta, ordine digesta, et nominibus propriis signata (Londra 1695, p. 92) di un botanico e farmacista inglese, James Petiver (fig. 2).

petaloso 2

Il vocabolo, che neanche l’autore rammentava di avere utilizzato, sarebbe poi riaffiorato, a distanza di secoli, in un articolo di Michele Serra per il settimanale “Panorama (febbraio 1991, p. 117): “I fiori di Sanremo sono iperrealisti: troppo petalosi e colorati, sono fiori di rappresentanza e dunque la mettono giù dura”. Chi è, a questo punto, il padre di petaloso? Petiver, Serra o il piccolo Matteo? La risposta è secca: una rondine non fa primavera, e neanche due. Partiamo da qui, richiamando in causa webete: se il giovanissimo inventore di petaloso presumeva che la parola già esistesse, Enrico Mentana non poteva conoscere l’occasionalissimo precedente della sua invenzione lessicale.

Per attribuire la patente di neologismo a una determinata parola, in un fenomeno carsico come quello di cui parliamo, non sono sufficienti – se non hanno avuto alcun seguito – prime (o seconde) attestazioni. Non basta la presenza di webete in uno sconosciuto glossarietto di telematichese degli anni Novanta a sottrarre a Mentana la paternità del conio. Nella percezione di milioni di parlanti e scriventi webete è nuovo. È il motivo per il quale bisognerebbe accettare tutti di considerarlo tale, e di ritenere altrettanto nuove parole analoghe.
Goditi il meritato podio, caro Mentana. Con buona pace degli specillatori di turno.

di Massimo Arcangeli e Sandro Mariani