Affrontare un nuovo album di Britney Spears oggi è un’esperienza psichedelica. Di più, fantascientifica. Sembra di essere in una puntata di Doctor Who, solo che invece del Tardis abbiamo a disposizione un cd. Meglio ancora, delle canzoni, perché parlare di cd oggi è in effetti come parlare di fantascienza citando astronavi e Marte. Il nuovo album Tardis di Britney Spears, ma del resto lo stesso si poteva dire anche di Britney Jean, album flop nonostante un brano memorabile come Work Bitch, ci catapulta di colpo in un altro mondo, alternativo, in cui siamo ancora negli anni a cavallo del nuovo millennio e Britney ambisce insieme a Christina Aguilera a scalzare Madonna dal trono di regina del pop. Lo fa esibendo non tanto la voce, come nel caso di Madonna non certo la sua arma migliore, ma una serie di carte che, fosse stato un progetto a tavolino, l’avrebbero fatta finire davvero in una vetta inavvicinabile da chiunque altra.

Perché, e il nuovo Glory non fa che confermare questa teoria, Britney Spears è il più clamoroso caso di popstar a tavolino non fatta a tavolino. Balzata agli onori della cronaca con una canzone in cui la nostra loliteggiava vestita da scolaretta, la lingua perennemente tra le labbra anche in assenza di labiali, Baby, One more time, Britney ha praticamente sbagliato tutto quello che poteva sbagliare. Intendiamoci, ha azzeccato altri singoloni, e sentire oggi Toxic fa bene al cuore come raramente ci capita con canzoni pop uscite nel nuovo millennio, ma tutto quel che è ruotato intorno alla musica è stato un enorme errore comunicativo. Senza appello. Dopo essere stata la scolaretta sexy, infatti, Britney è diventata in poche mosse una cattiva ragazza, ma cattiva davvero. Se da una parte spingeva l’acceleratore su una sessualizzazione che, vista la sua fisicità, quasi strideva, come certe foto di bambine con scarpe da donna o con il rossetto passato male sulle labbra, dall’altro iniziava un viaggi personale verso un buco nero dal quale ha poi faticato a uscire con le sue gambe.

Così ecco gli amori sbagliati, le gravidanze esibite senza grazia, i tagli di capelli in chiave punk, l’amicizia altrettanto sbagliata con Paris Hilton, i chili in eccesso, le paparazzate imbarazzanti, Fossero state mosse scritte da un qualche guru della discografia tutto questo sarebbe stato monetizzato, reso oro, invece, caduta dopo caduta, il successo toccato prodigiosamente da Britney si è eroso, per altro di pari passo con quello della Aguilera, lasciando spazio a tante nuove pretendenti al trono, assai più determinate. Come ha ben sintetizzato Simona Sciandivasci su Il Foglio, sregolatezza senza genio, ieri come oggi.

Così ecco che arriva Glory, nuovo lavoro di Britney Spears, nono lavoro di studio, e di colpo torniamo indietro nel tempo. Sicuramente, stando alla cover, in un’epoca prima dell’invenzione di Photoshop, o quantomeno prima che i grafici cominciassero a prenderci mano. Ma scherzi a parte, Britney sembra non essere davvero uscita dalla sua epoca aurea, diciamo a tra il 1999 e il 2003. L’album, prodotto bene, suonato bene, cantato bene, per quanto sia possibile a una cantante senza voce come lei, manca, e questo è un problema anche se si fa pop senza pretese di fare altro, di anima. Britney gioca la carta della sensualità assai più che quella del divertimento danzereccio, ma diciassette canzoni sono davvero troppe, e ancora una volta la nostra finisce per strafare, per eccedere, per stancare. La ormai trentacinquenne cantante americana vuole farci capire, e ce lo ripete talmente tante volte che non possiamo che crederle, che ora è una donna, sempre donna, fortissimamente donna, col risultato, decisamente involontario, di indurci a guardare a lei come alla mangiatrice di maschi che esibiva nei video di Toxic e Humanizer.

Lì, almeno, si tradiva una certa ironia, che stavolta se c’è, è assolutamente tenuta sotto traccia. Dovendo indicare il brano migliore viene da dire Coupure Electrique, in cui la nostra gioca a fare la gattina alla Brigitte Bardot, anche se i singoli che funzioneranno saranno Liar e Do You Wanna Come Over, in realtà quelli più simili ai suoi brani passati, e Private Show, sia che lo si prenda sul serio sia che ci si voglia ironizzare su. Britney sembra aver tirato fuori un album In nel suo incedere tra alti e bassi. Un buon album pop, non eccelso ma buono, anche se datato 2004. Diverso dai suoi precedenti, ma uscito già vecchio. Datato. Ora è in giro per fare promozione e tutti si aspettano il prossimo passo falso per tornare a compatirla. A noi Britney sta simpatica, ci piaceva quando ammiccava agli adulti e ci piace oggi che ambisce a sostituire Barry White nella colonna sonora delle camere da letto. È una certezza, la ascolti e torni indietro di quindici anni. Meglio che una crema antirughe o un filtro per le foto sui social.