“Vendo Bagnoli chi la vuol comprare. Colline verdi mare blu. Avanti chi offre di più. Ma che – che – che occasione ma che affare…”. Così una canzone preveggente di Edoardo Bennato, contenuta nell’album Abbi dubbi del 1989. Ecco, i dubbi sono tanti. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi smanioso di entrare nei libri di storia e dare un segnale a determinati ambienti: decide di commissariare l’area dell’ex Italsider di Bagnoli con Salvo Nastasi, nome che i napoletani conoscono bene. E’ stato commissario straordinario dell’Ente Lirico partenopeo dal 2007 al 2010 (il suo slogan: Un corno mi aiuterà a salvare il San Carlo).

Durante l’opera di recupero del Massimo partenopeo modifica lo statuto della Fondazione Teatro San Carlo che apporta un’impronta manageriale all’Ente Lirico. Nasce – quindi – nel 2011 il museo “Memus, Museo e Archivio Storico del Teatro di San Carlo” che sarà affidato insieme ai progetti speciali del teatro a Giulia Minoli, prima compagna e poi moglie di Nastasi. Ma torniamo a Bagnoli. L’imponente struttura commissariale che trasformerà, nelle intenzioni di palazzo Chigi, l’ex area industriale di Bagnoli ha pieni poteri. Anzi, secondo il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, i poteri esercitati in surroga sono illegali: sindaco e Consiglio comunale sono estromessi dalle scelte urbanistiche. Perché travalicare e sostituirsi a un Ente locale? Ne nasce un contenzioso a colpi di carta bollata.

Una crociata contro il commissariamento imposto dal famigerato articolo 33 dello Sblocca Italia, la legge voluta da Renzi per far ripartire il paese, contro la quale il sindaco di Napoli si oppone e ricorre alla giustizia amministrativa incassando però il 22 marzo una sconfitta. Il Tar respinge il ricorso: il commissariamento governativo è legittimo. Questione di ingegneria burocratica, forse. Il primo cittadino non si arrende, porta la vicenda davanti al Consiglio di Stato. Nel frattempo la cabina di regia del Commissario straordinario del Governo per la bonifica ambientale e rigenerazione urbana dell’area di rilevante interesse nazionale Bagnoli-Coroglio presieduta da Nastasi va avanti con riunioni serrate tra Palazzo Chigi e la Prefettura di Napoli a cui il sindaco de Magistris non partecipa. Vengono appostati finanziamenti e stabilito un cronoprogramma, preparate le caratterizzazioni da assegnare a soggetti privati tramite gare bandite da Invitalia, il soggetto attuatore della riqualificazione e bonifica di Bagnoli. L’obiettivo è chiaro: dar vita alla nuova Bagnoli.

Clima di entusiasmo condito da proclami e annunci. C’è un però che semina dubbi e insinua perplessità. Il commissariamento nasce per far fronte alle presunte inadempienze e ritardi, lunghi oltre 20 anni, da parte del Comune di Napoli, della Regione Campania e dei governi nazionali. La domanda è lecita: siamo certi che sia veramente così? I suoli dell’ex Italsider sono davvero inquinati? La bonifica è stata un bluff ? E’ un disastro ambientale come sostiene la Procura di Napoli con il Pm Stefania Buda gravata dalla truffa, falso e omessa bonifica dell’ex polo siderurgico di Napoli? E se invece la realtà fosse diversa? Insomma, su quali informazioni e dati oggettivi la struttura commissariale ha modulato il suo annunciato intervento, identificato le criticità e stanziato le risorse?

L’area fu affidata alla società di trasformazione urbana Bagnoli Futura spa incaricata di bonificare e riqualificare il vecchio complesso industriale di Bagnoli. Diverse attività sono state eseguite: lo smontaggio degli impianti dell’ex acciaieria, il prelievo dei materiali, lo spiano dei terreni, il disinquinamento di parte dei suoli, la costruzione del parco dello Sport e di altre strutture. Lavori per oltre 100 milioni di euro. Ricordiamo che l’area è stata sottoposta a sequestro nel 2013, in seguito all’apertura dell’inchiesta e in concomitanza con il fallimento della stessa Bagnoli Futura, a causa dell’impossibilità di ripagare il debito di 59 milioni di euro dovuto a Fintecna per l’acquisto dei suoli.

Vicenda dalle mille sfaccettature e interessi come si evince dal numero di imprenditori, costruttori e gruppi industriali. L’accertamento della verità è all’attenzione del Tribunale di Napoli, collegio B, dove è in corso davanti alla sesta sezione penale presieduta dal giudice Sergio Aliperti, il processo. Qualche crepa c’è, tale da indurre i giudici a nominare, il prossimo 8 settembre, un proprio perito che, dovrebbe definitivamente chiarire se la bonifica dei suoli sia stata effettuata ed in quali termini. Valutazione che orienterà le successive decisioni del collegio.

Sono apparse troppo distanti le analisi e le conclusioni dei consulenti di accusa e difesa in particolare Benedetto De Vivo e Federico Guido Adolfo Vagliasindi. Il primo sostiene che nei terreni persiste una forte concentrazione di metalli pesanti e inquinanti e rileva come l’Arpac e il laboratorio allestito a Bagnoli avrebbero lavorato con metodologie di analisi sbagliate e con “sospetta” superficialità. Il secondo, invece, parte dall’evoluzione del quadro normativo. Mentre era in corso la bonifica dei suoli di Bagnoli si è passati dalla legge 471 del 1999 sulla bonifica dei siti contaminati alla legge 152 del 2006 che ha spostato la prospettive della tutela ambientale dal valore delle risorse ambientali al concetto di pericolosità attraverso la identificazione delle soglie di rischio – sito specifiche – per la salute umana.

Significa che se il sito è potenzialmente contaminato ed è prevista la presenza umana allora la bonifica è obbligatoria mentre altrimenti si può scegliere di un sito una bonifica controllata che incide in modo meno rilevante sui costi. Secondo il consulente Vagliasindi, la società Bagnoli Futura avrebbe bonificato complessivamente una buona parte dei suoli di cui il 44% collaudato e certificato dal ministero. Addirittura anche l’area dello stabilimento Eternit per la lavorazione del cemento sarebbe stata bonificata per il 60% pari circa a 45 mila tonnellate di amianto smaltito. Il lievitare dei costi sarebbe, invece, legato al ritrovamento di situazioni non previste e rinvenimenti inattesi e in generale non presenti al momento delle caratterizzazioni, comunque rientranti negli scostamenti tra previsioni e attività di campo.

Tirando le fila si percepisce come la cabina di regia della struttura commissariale diretta da Nastasi viva un’oggettiva difficoltà. Da un lato lo “scippo” al Comune di Napoli di una materia di propria competenza, dall’altro l’intervenire su di un’area sotto sequestro e al centro dell’accertamento di verità per capire se la bonifica è stata realmente effettuata. E suona come uno stop all’operatività della struttura commissariale la decisione del Tribunale di Napoli che ha rigettato, a inizio agosto, la richiesta di Nastasi di dissequestro dei suoli e l’accesso permanente a Bagnoli.

C’è un rischio, visto che il processo è in corso, d’inquinamento delle prove, ragioni rafforzate anche dalla considerazione che proprio il Tribunale scenderà, a breve, in campo con i suoi periti. Una avvisaglia già si era avuta quando il sottosegretario Claudio De Vincenti, il 15 ottobre 2015, aveva annunciato l’esistenza di un dialogo collaborativo tra la struttura commissariale e il Tribunale di Napoli finalizzato a una sorta di accordo di programma. Alla richiesta di spiegazioni rivolte da un avvocato nel corso dell’udienza del 26 novembre 2015, il giudice Sergio Aliperti esce dagli equivoci: “Il Tribunale non fa accordi con nessuno, parla solo con provvedimenti scritti”. L’oca torna alla casella di partenza. Buonsenso consiglierebbe almeno di attendere la fine del processo e leggere la sentenza di primo grado, attesa a fine anno, per capire se parte della bonifica sia stata realmente effettuata. Ma soprattutto, ridare autonomia decisionale al Comune di Napoli sulle scelte urbanistiche.