Per chi nella giornata del 22 agosto 2016 non avesse capito che l’hashtag governativo renziano era #Ventotene, visini corrucciati, sfondo isola dietro le spalle, sguardo pensieroso sul Manifesto redatto da Altiero Spinelli e compagni di prigionia da spiegare (spiegare bene, direbbe qualcuno) a Hollande e Merkel, ecco il pilotato palinsesto Rai che regala uno degli esempi più imbarazzanti di fiction tv del nuovo scorcio di secolo: Un Mondo Nuovo. Un’ora e tre quarti già mandati in onda nel novembre 2014 senza che l’umano sentire e vedere ne rilevasse traccia. Perché Un Mondo Nuovo è letteralmente inguardabile e inascoltabile. Alberto Negrin ci scuserà, veterano quale è delle fiction, che nel 1990 era perfino riuscito a riattualizzare la formula Airport con il film per la tv sull’Achille Lauro: Burt Lancaster sulla sedia a rotelle a interpretare il povero Klinghoffer e Renzo Montagnani il comandante De Rosa.

Ci scuserà, insomma, se nel suo supermarket drammaturgico le iconcine storiche formato prima serata (Gino Bartali, Totò Riina, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Vittorio, Anna Frank) hanno lo spessore di una schiacciatina. E’ lui e chi con lui scrive, e produce, queste agiografie “merendina” a volere “trattare” storia, memoria e sapere, così: comprimendoli come una fisarmonichetta di carta velina. Ma davvero si crede di fare un piacere al personaggio, al ricordo, al concetto politico (storico, sportivo, sindacale, ecc..) in esame con queste riduzioni (nel senso più pieno del termine)? L’Altiero Spinelli portato sullo schermo in questa fiction già oltremodo datata, ma comunque ripassata bell’apposta per la giornata dipartimento scuola educazione del premier Renzi, è un signore umanamente saggio, filosoficamente virtuoso, e politicamente lungimirante, che però somiglia a Eugenio Scalfari e Tiziano Terzani. Si, perché Un Mondo Nuovo non è uno sceneggiato radiofonico (a proposito: ce ne fossero oggi!) da ascoltare (e qualche appunto arriva a breve pure su questo), ma una roba che va guardata, seguita con gli occhi, masticata con il senso della vista. Ecco che qui il difetto generale, strutturale, genetico di questa tipologia di prodotto televisivo usa e getta, emerge e sbanda come un autoarticolato lungo 50 metri sulla Bologna-Firenze di una volta. Primo: il voluto saltabeccare tra diversi piani temporali, in primis il dualismo prigionia al confino durante il ventennio/fatidico voto dell’84 sul Trattato, porta al sovraccarico di parrucche, rughe grand canyon, calcina da muratori al posto del fard, pesantissime sopracciglia di gomma e pelucchi, lunghissime barbe sintetiche sugli stessi attori che fluttuano da virgulti giovinastri a incartapecoriti ottuagenari. Un armamentario che negli anni settanta distingueva il cinema di serie A (dove c’erano i truccatori bravi) e il cinema di C, D e Zeta (dove lavoravano i meno brillanti), faceva ridacchiare loggione e platea, ma qui nell’anno 2016 della digitalizzazione che cancella cellulite e ombelichi alle modelle sovrappeso, risulta normale.

Altro giro di giostra “espressiva”: il senso delle inquadrature. Per non risultare ancorati agli sceneggiati vecchio stile con il campo e il controcampo (che male ci sarebbe in fondo…), molte regie di fiction Rai1 adottano punti di vista ardimentosi che chiaramente hanno lo stesso spessore/valore dei trucchi pesanti e delle psicologie schiacchiatina: macchina da presa a mano (“che fan tanto moderno, signora mia”) per disegnare angolazioni impervie in modo che lo spettatore “medio” percepisca senso di inquietudine a vederle, o improvvise accelerate della m.d.p. come le vecchie carrellate alla Leone che però qui sembrano più far sbattere inavvertitamente l’obiettivo contro gli attori che recitano. E ancora: il commento musicale didascalico. Il solito, evidente, pacchiano, inutile sovrabbondare contrattuale di composizioni che devono pilotare senso rispetto all’inquadratura e al dialogo.

Ne Il Mondo Nuovo, che a proposito è il titolo di un immenso film di Ettore Scola del 1982 dove si racconta la “storia” corrompendola come solo un grande autore avrebbe saputo fare, di esempi se ne contano a decine ad ogni svoltare di script. Potremmo andare avanti ore sull’enfasi performativa richiesta ai solitamente discreti Vinicio Marchione, Peppino Mazzotta, Isabella Ragonese (che parla “tedeschen” come le Sturmtruppen); sull’improbabile settore costumi del Ventennio ma alla Pinocchio di Collodi; del Parlamento europeo anni ottanta che pare la scenografia scomponibile de Il Caimano di Moretti; ma ci fermiamo qui. Riprendendo quella scena finale di Spinelli, anima candida e solenne, che in piedi sugli scogli a sfondo Ventotene (in realtà isoletta delle Tremiti per esigenze di Film Commission), oltre a ricordare l’inquadratura dell’accigliato Renzi di ieri mostra la solita spompata sintesi visiva adoperata per spiegare eventi storici ed esistenze singole in un’unica indistinguibile pappa retorica dove Bartali o Borsellino avrebbero potuto alternativamente aver spiegato la profonde ragioni con cui hanno scritto il Trattato Europeo, combattuto la mafia, scalato il Tourmalet, con la stessa dondolante vuota prosopopea. Se non fosse che appena si passa dal primo piano di Spinelli canuto e imbolsito che racconta le ragioni di una vita, allo Spinelli a figura intera che tic, tac, una gambina dietro l’altra, saltella sugli scogli come un ginnasta ma con in testa il mascherone del nonno bacucco che gli pesa oltremodo, scopriamo di essere al museo delle cere del Luna Park Rai 1. Il trucco c’è. Si vede. Ed è davvero penoso.