Per un’estate abbiamo esultato per un 10.9 e una stoccata decisiva, un ippon o un mezzo rovesciato carpiato. Molti di noi senza aver mai visto prima una gara di tiro o di scherma, di judo o di tuffi. Ma in questo, in fondo, non c’è nulla di male: è la potenza delle Olimpiadi. Succede ogni quattro anni ed è successo più che in passato con i Giochi di Rio de Janeiro 2016, forse anche per l’ottima spedizione dell’Italia. La vera vittoria, però, sarà non chiudere tutte queste emozioni come una parentesi isolata.

Le prime avvisaglie, purtroppo, ci sono già. È ricominciato il campionato, è tornato il “dio pallone”: e sui giornali, in televisione, persino sui social network, le notizie sulle Olimpiadi cominciano a scivolare in secondo piano nei pochi giorni di sovrapposizione. Anche questo, probabilmente, è quasi normale: il calcio è e resterà sempre in Italia sport nazionale. Di più: un’azienda che muove miliardi di euro, e come tale suscita interessi non paragonabili a nessun’altra disciplina.

In queste ultime due settimane, però, è successo qualcosa di speciale. Abbiamo riscoperto la pallavolo e scoperto tiro, beach-volley e ciclismo su pista, riabbracciato la scherma (mai così bisognosa di un po’ di attenzioni)  e ritrovato il miglior nuoto azzurro. Mentre i grandi sport nazionali (come il calcio, oppure il basket) neppure riuscivano a qualificarsi ai Giochi, sono stati loro a trascinare la nazionale al nono posto nel medagliere. A regalarci storie umane irripetibili, farci sentire orgogliosi di essere italiani. E li chiamano, con un po’ di scherno o semplice realismo, “sport minori”.

Inutile attendersi rivoluzioni, ma sarebbe bello che le Olimpiadi di Rio lasciassero all’Italia un lascito più duraturo del bottino di 28 medaglie, buono per i record statistici e per far fare bella figura ad alcuni dirigenti. Che qualcosina cambiasse in tutti noi: nei tifosi, e perché no anche nei giornalisti. Che ci fosse un po’ più di spazio e attenzione anche per pallavolo e tiro, tuffi e ciclismo (esiste anche quello su pista, oltre a Giro d’Italia e Tour de France), canottaggio e ginnastica. Non dico nelle domeniche di campionato, che sono e saranno ancora monopolizzate dal rigore non dato e dai cori da stadio. Forse è persino giusto così. Ma almeno nei tempi vuoti, nelle settimane senza coppa o nelle soste della Serie A: una polemica in meno, un momento di sport in più. Invece di ipnotizzarsi sui soliti stucchevoli dibattiti in tv, guardare una tappa di Coppa del mondo di scherma o la World League di pallanuoto. Invece di dedicare quattro pagine alle solite cazzate sul calciomercato (al 90% notizie false o inutili, quasi sempre montate ad arte per compiacere i tifosi), scrivere della promessa del judo azzurro che ha riportato l’Italia sul podio europeo a distanza di cinque anni dall’ultima volta (è successo solo quattro mesi fa ai campionati continentali di Kazan: quanti lo sapevano prima dell’exploit di Fabio Basile a Rio 2016?). Sono solo esempi, piccoli gesti che cambierebbero la storia dello sport nel nostro Paese.

Non è solo questione di soldi (anche: basti pensare che scherma, tiro a volo e lotta, le tre federazioni olimpiche più vincenti in Brasile, anche dopo la riforma di Malagò prendono circa un decimo dei contributi pubblici del calcio). Ma di visibilità, attenzione, dignità. Questi “sport minori” ci hanno emozionato per due settimane. Adesso non dimentichiamoli per i prossimi quattro anni. È questo l’unico, vero ringraziamento possibile per tutto ciò che ci hanno regalato.

Twitter: @lVendemiale