di Pia Starace

Ogni inizio di anno accademico rispunta la annosa quanto spinosa questione “numero chiuso sì – numero chiuso no”. Recentissima la lettera al Presidente Mattarella di una neodiplomata di Catania, fortemente pessimista per l’esito dei test di ammissione a Medicina (ancora da sostenere), a causa dell’insufficiente preparazione offertale dalla scuola. La studentessa ritiene che il business dei corsi a pagamento preparatori dei test di accesso, scaturito proprio da tale carenza della scuola, comporti una discriminazione in partenza privilegiando i pochi che possono permetterseli, e causi la violazione dell’art. 3 e dell’art. 34 della Costituzione. Inoltre, la studentessa denuncia l’eccessiva difficoltà dei test stessi che richiederebbero delle conoscenze troppo approfondite per un neodiplomato.

Lasciamo da parte ora la sollevata critica di incostituzionalità. In merito all’adozione del numero chiuso obbligatorio per l’accesso a taluni corsi universitari, nel 2013 si sono già pronunziate sia la Corte europea dei diritti dell’uomo, sia la Corte costituzionale. Senza entrare nei dettagli tecnici, non è stata ravvisata alcuna violazione del diritto allo studio nell’impiego di tale sistema di ammissione. Invito invece a considerare il numero chiuso come applicazione di un meccanismo democratico di selezione dei più idonei. Il che ha a che fare con il compito precipuo dell’Università di formare la classe dirigente atta a garantire alla società una guida sicura e cosciente per future scelte economiche, politiche, culturali di rilevanza collettiva. Affinchè l’Università possa svolgere appieno la sua missione di formare i soggetti protagonisti di un sistema sociale efficiente, deve poter adoperare gli strumenti adeguati per costruire professionalità, riconoscere meriti, sviluppare qualità, e fornire servizi all’altezza.

La selezione costituisce un meccanismo vitale del sistema democratico. Sempre e a tutti i livelli. Nella conservazione del numero chiuso io vedo l’affermazione di questo principio che, se correttamente messo in pratica, aiuterebbe a evitare l’ingresso di studenti inadatti portatori di altre inadeguatezze e, insieme agli altri livelli della selezione, premierebbe i meritevoli. Tuttavia, in prospettiva, ne vedo l’abolizione. Per una semplice ragione: le attuali modalità di attribuzione dei finanziamenti, fra gli altri criteri, favoriscono gli Atenei più bravi ad accaparrarsi il maggior numero di iscritti. E, si sa, il denaro serve.

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