Preghiere, lunghi silenzi e sguardo guardingo. Così trascorre le sue giornate nel carcere di Rebibbia, l’ex super latitante Pasquale Scotti, da poco con lo status di “dichiarante“. E’ stato il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, capo del pool anticamorra di Napoli, con un lavoro di paziente attesa, a costruire un canale di comunicazione diretto con lui. Stabilire una empatia psicologica e trasformare quei colloqui informali in racconti da vagliare da parte del collaboratore di giustizia, Scotti.

L’ex braccio destro del boss Raffaele Cutolo, dopo una ‘strana’ latitanza di 31 anni, con il ragionevole sospetto di essere stato reclutato agli inizi degli Ottanta dai servizi segreti per missioni sotto copertura, sta vuotando il sacco. A dicembre prossimo scadranno i 180 giorni ovvero il semestre che la legge concede ai dichiaranti per riferire, grosso modo, le linee generali delle notizie di reato in loro possesso. Pasquale Scotti non si è tirato indietro e con dovizia di particolari sta tratteggiando scenari e riferendo notizie inedite su fatti di straordinario interesse investigativo e storico. Scotti voleva rassicurazioni, certezze. Questa è stata la carta vincente giocata dai magistrati della Procura di Napoli coordinata con la nota saggezza e tenacia da Giovanni Colangelo. Avere un interlocutore e ottenere garanzie utili.

E’ chiaro che Scotti punti a diventare un collaboratore di giustizia credibile e affidabile per usufruire dei benefici della legge, lui che deve scontare diversi ergastoli per una serie di omicidi commessi per conto della Nco (Nuova camorra organizzata) a cavallo tra la fine degli anni Settanta e inizi Ottanta. Punta, insomma, su una nuova identità, lui che nell’altra vita in Brasile si chiamava Francisco De Castro Visconti, uomo d’affari, con moglie e due figli piccoli. Identità non falsa all’anagrafe brasiliana: infatti, il suo numero matricolare esiste e corrisponde proprio a De Castro Visconti. A Recife dove Scotti viveva con la sua famiglia è in corso il riconoscimento giudiziario del suo cognome. I suoi figli a breve acquisiranno il cognome di Scotti e nel frattempo stanno imparando la lingua italiana come del resto la moglie.

La prospettiva è chiara. Pasquale Scotti con una nuova identità da collaboratore di giustizia, l’ennesima, per molti anni sarà destinato a testimoniare da un luogo segreto nei tanti processi destinati ad aprirsi con le sue rivelazioni. Con lui ci saranno moglie e figli. Dicono che in carcere è molto silenzioso, riflessivo e concentrato. Si concede nell’arco della giornata momenti intimi di preghiera.

Scotti è uno scrigno d’informazioni. Dal rapimento di Cirillo, alla trattativa e alla sua liberazione, all’uccisione a Londra del banchiere Calvi fino alle coperture e alle missioni che avrebbe svolto all’estero in uno scenario internazionale. Resta l’ultimo testimone di un pezzo di storia recente del nostro Paese con conoscenze dirette degli accadimenti. A cominciare dall’agguato dove trovò la morte il vice questore Antonio Ammaturo, capo della Squadra mobile di Napoli e l’agente Pasquale Paola.

Da lì comincia il risiko che gira su tre nomi, tutti con tesserino dei servizi segreti in tasca : Vincenzo Casillo, Corrado Iacolare e appunto Scotti, l’unico sopravvissuto. Saranno 180 giorni di fuoco di verbali da riempire, di storie da ricostruire, di verità da raccontare. Ma da sole non basteranno. E rispunta la voce che Scotti sia in possesso di una mole di documenti originali e riservati. Carte che con le dovute rassicurazioni e garanzie avrebbe promesso al momento giusto, quando il tempo sarà maturo, di metterle a disposizione dei giudici a supporto dei suoi racconti. Faldoni custoditi per suo conto da un paio di fiduciari in due località diverse all’estero. Questo tesoro sarebbe l’asso nella manica di Scotti, l’assicurazione sulla sua vita e dei suoi familiari. La stessa ‘moneta’ adoperata dall’ex assessore Dc Ciro Cirillo che alla ridda di voci sull’esistenza di fantomatici documenti compromettenti in suo possesso e custoditi da un notaio in una cassetta di sicurezza ha sempre smentito per poi altre volte ammettere l’esistenza dei carteggi riservati a tutela della sua stessa incolumità.