Alcuni banalizzano la “guerra” sul burkini come un stimolo da discutere sotto gli ombrelloni di fine estate, Amazon ne approfitta per incentivare i propri affari, proponendo per l’occasione una grande collezione di burkini scontati, altri ancora immaginano che si tratti di una banalità frivola in confronto ad altre priorità come ad esempio la tragedia di Aleppo.

A me sembra che l’affaire Burkini non vada sottovalutato in quanto simbolo di una deriva culturale molto pericolosa che in qualche modo mi ricorda i prodromi della discriminazione razziale all’epoca del regime nazifascista e che rischia di dilagare riaprendo le piaghe di sentimenti xenofobi e razzisti che covano sempre sotto la cenere anche in Europa. Il pericolo è, a mio avviso, rappresentato dal peso dei personaggi politici coinvolti nelle dichiarazioni, oltre ai sindaci di Cannes e Villeneuve-Loubet in Costa Azzurra, Sisco in Corsica e Le Touquet nel Passo di Calais, sono in gioco i massimi esponenti del governo francese in carica: Laurence Rossignol, ministra per i diritti delle donne e Manuel Valls, primo ministro, entrambi appartenenti ad una cultura progressista antirazzista.

Altrettanto pericolosa mi sembra la ricerca di giustificazioni fumose e risibili: il burkini in grado di mettere in pericolo l’ordine pubblico, il burkini come espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna, il burkini come ostentazione di un’appartenenza religiosa, il burkini come la traduzione di un progetto politico di contro-società, il burkini incompatibile con i valori della Francia. Ancora più farneticanti sono le tesi che vedono nella lotta al burkini una battaglia di liberazione a favore delle donne islamiche. Si potrebbe obiettare che il burkini è un avanzamento rispetto al burka e che attraverso questo capo di abbigliamento le donne islamiche si permettono un’ integrazione o si possono godere la vita meglio di quando non potevano utilizzarlo. Almeno si abbia il coraggio di ammettere l’irrazionalità e la capacità di dire: “Siamo confusi, questi attacchi da parte di un nemico invisibile spesso appartenente alla nostra stessa famiglia, ci addolorano, ci confondono e potrebbero portarci ad atti scomposti”. Ma dobbiamo tenere ben presente che la differenza fra un gruppo di hooligans e degli statisti democratici di alto livello è che dai primi ci si può aspettare un comportamento emotivo primitivo, dai secondi no, perché il potere di influenzare la gente è assolutamente diverso. L’evoluzione culturale ha i suoi tempi e le sue modalità e non può procedere quando i meteoriti che la minacciano sono troppi o troppo grandi.

Come quasi tutti gli Italiani, sono vicino alla Francia e ai francesi che hanno subito degli attacchi infami da gruppi o singole persone, sono contrario al terrorismo come forma di espressione dei propri ideali e diritti, credo che le azioni di prevenzione e repressione debbano essere adeguate e che si debba continuare a rivendicare i propri valori, come quello della satira politica. Ma bisogna stare attenti a non farsi travolgere da un Io di massa, che mette al bando il pensiero del singolo regolando l’esistenza a una forma ancestrale di reattività cieca, dove meccanismi profondi di funzionamento della mente divengono primitivi, dove una proiezione esasperata tenta di mantenere il senso della purezza interna scaricando tonnellate di “male” su un nemico immaginario e una generalizzazione paranoica ci porta a vedere ed attaccare falsi nemici dovunque. In epoche storiche particolari questo Io di massa distruttivo e oscuro come una nube tossica tende a prevalere nella maggioranza delle persone di un determinato territorio.

Ma, per quanti difetti possa avere, l’Europa del dopoguerra è diventata una culla dei diritti, dove prevalgono rispetto, accoglienza e solidarietà e che nel suo complesso è in grado di contrastare le frange populiste estremiste. Se i garanti di questa cultura scadono al livello dei propri nemici c’è da domandarsi se il lungo periodo democratico, che bene o male garantisce i diritti umani, non sia agli sgoccioli. Credo che questo sia il vero obiettivo dell’Isis e delle altre frange terroriste che, per quanto lo affermino, sanno che è improbabile che la bandiera nera dell’Isis sventoli in futuro sul Quirinale, o sull’Eliseo, ma che è possibile destabilizzare e imbarbarire una cultura garantista minata da contingenze economiche avverse. La lotta al burkini mi sembra un successo dell’Isis in questa direzione.