Dal cuore d’Europa, su un’isola in mezzo al Danubio, una settimana l’anno sale forte il battito gagliardo e potente di una generazione che ancora spera e sogna, nonostante tutto, nonostante i tempi balordi in cui è costretta a vivere. È la generazione Sziget, che nell’ormai ultraventennale festival di Budapest ha trovato la propria patria naturale, il proprio fortino di libertà in attesa di tempi migliori, o forse come avamposto di un’Europa che può ancora essere e che fino a oggi non è stata.

Lo Sziget Festival è molto più di una kermesse musicale, di un campeggio “peace & love”. Non è un tardivo rigurgito hippy, nemmeno per idea. È una sorta di società ideale, imperfetta e dunque ancora più credibile e auspicabile, che è fatta di una gioventù contemporanea, per niente legata a vecchie ideologie e a vecchie utopie irrealizzabili. E non è un caso, forse, che questo piccolo miracolo sociale avvenga in Ungheria, una nazione che di utopie realizzate male e trasformatesi in mostri ne ha conosciute eccome.

In sette giorni di concerti, eventi culturali, dibattiti, momenti di meditazione e yoga, performance artistiche o anche solo di semplice socializzazione, abbiamo visto così tante cose, abbiamo conosciuto così tante storie, abbiamo colto così tante sfumature di questa generazione che raccontarle senza perdere l’approccio professionale diventa difficile. È un’esperienza totalizzante, che avvolge e travolge. È un’Onu che funziona: mette insieme mezzo milione di giovani arrivati da ogni angolo del pianeta e li fa discutere, conoscersi, innamorarsi, fare sesso, cantare, ballare, condividere le docce e i pochi metri quadri occupati dalle loro tende. È il mondo che finalmente si parla, si annusa, si accarezza per conoscersi. L’Europa c’era praticamente tutta, con olandesi e britannici su tutti e una nutrita rappresentanza italiana (il nostro Paese è il quarto quanto a presenze allo Sziget), ma poi c’erano bandiere australiane (tante), coreane, neozelandesi, brasiliane, americane. E in un posto dalle dimensioni così mastodontiche, con centinaia di stand, decine di palchi e di luoghi di aggregazione, in sette lunghi giorni (24 ore su 24) neppure una scazzottata, un litigio, uno spintone.

Chi è ormai un habitué sulle rive del Danubio parla di “effetto Sziget”, di un’atmosfera magica che ti cambia, cambia le prospettive, i punti di vista, apre la mente e il cuore al confronto. Sembra una frase fatta, un’esagerazione, ma solo chi mette piede a Obuda e respira quell’aria può comprendere il vero senso di queste parole.

I luoghi
Ovviamente il cuore del Festival erano i tredici palchi che ospitavano i concerti: dal Main Stage all’Europe Stage, dal World Music Stage all’Afro-Latin-Reggae Stage, fino alla Telekom Arena che ogni notte ospitava gli affollatissimi dj set o il Fidelio Classical, Opera and Jazz Stage. Per tutti i gusti, letteralmente.

E con i nomi di chi si è esibito quest’anno sul Main Stage, l’effetto pienone era assicurato: dalla deludente Rihanna (concerto breve e imbarazzante, a detta di chi c’era) all’infinito Noel Gallagher, dalla carica dei Muse alla qualità dei Last Shadow Puppets, per non parlare di Sia, che ha incantato decine di migliaia di persone con la sua scelta di mettere solo la propria voce al servizio di una messa in scena clamorosa (sacrificando la propria immagine, o forse proprio per questo esaltandola ancora di più) E ancora David Guetta (che da queste parti continuiamo a ritenere un bluff), il più efficace e credibile Hardwell (protagonista dell’End Show con un emozionante spettacolo pirotecnico sul finale), John Newman, i Bastille, Manu Chao, gli incantevoli Sigur Ros (ma un concerto intero, per giunta con la luce del sole, è impresa ardua per lo spettatore), i redividi Sum41, un sorprendente Tinie Tempah, gagliardissimo e generoso con il pubblico.

Ma se il Main Stage era il grande cuore pulsante dell’isola, altrove si sviluppava la vita quotidiana dei visitatori e soprattutto di chi ha deciso di campeggiare lì, sopportando i bagni chimici e la totale mancanza di comfort. Uno dei posti più suggestivi era la spiaggia, che poi spiaggia non era, in realtà, visto che delle transenne di metallo evitavano saggiamente che i ragazzi potessero avvicinarsi troppo alle sponde del Danubio. Lì, tra enormi tappeti e futuristiche cellette-poltrone in legno, e soprattutto grazie a una selezione musicale chill e lounge, ci si rilassava, si parlava, si amoreggiava persino. Era il porto sicuro di chi aveva bisogno di staccare un po’ dal chiasso festoso delle altre zone e forse necessitava anche un momento per riflettere, per capire l’esperienza che stava vivendo. Proprio dentro una di quelle cellette-poltrone abbiamo visto la scena più emozionante dell’intera settimana: un ragazzo e una ragazza, ventenni al massimo, spagnoli o comunque ispanofoni, continuavano a dirsi l’un l’altro “Ti amo”, si baciavano e piangevano. Un pianto a dirotto, inarrestabile, condito però di sorrisi e baci appassionati.

Un altra tappa irrinunciabile era il Magic Mirror, lo spazio dedicato alla cultura queer. Sempre affollatissimo, di giorno come di notte, lì si svolgevano spettacoli comici, proiezioni cinematografiche, dibattiti e a notte fonda si ballava senza sosta. Non era affatto un recinto per i visitatori Lgbt, perché allo Sziget regna davvero la libertà, anche quella sessuale. Era, al contrario, un posto in cui molti ragazzi e ragazze etero andavano a conoscere e ad approfondire un patrimonio culturale enorme, e lo facevano senza preclusioni, senza tabù, senza barriere. Abbiamo viste coppie di ogni tipo, effusioni libere e orgogliose in ogni angolo, senza mai scadere in scene di sesso in pubblico (per quello c’erano le tende o altri posti più appartati). Ma di amore ce n’era così tanto che veniva voglia di raccoglierne un po’. Libertà sessuale nel senso più puro del termine, dunque non sinonimo di superficialità o eccessiva leggerezza, ma consapevolezza e rapporto risolto e risoluto con i propri gusti e il proprio corpo.

L’impegno sociale e politico era ovunque, tra i sentieri riccamente addobbati dell’isola di Obuda. Una delle iniziative più apprezzate permetteva ai ragazzi di ottenere 15 minuti di wi-fi gratis in cambio di plastica e alluminio da riciclare. O, ancora, sempre pieno di visitatori era la Torre della libertà che ricordava il sessantesimo anniversario dalla Rivoluzione coraggiosa e sfortunata del 1956, con Imre Nagy che aveva tentando, pagando con la propria vita, di trasformare il socialismo reale di stampo sovietico in un socialismo democratico attento alla libertà dei singoli. Una struttura in legno, che ricordava quasi il fortino dei Ragazzi della Via Pal, all’interno della quale i ragazzi potevano seguire un percorso fotografico attraverso le storie e i volti dei protagonisti di quei giorni eroici, prova della tempra indomita del popolo ungherese. L’Ability Park, invece, metteva i cosiddetti “normodotati” alla prova attraverso una serie di esercizi ed esperienze che facevano comprendere gli ostacoli che quotidianamente i diversamente abili sono costretti ad affrontare.

I volti
Si può incontrare e conoscere gente di ogni tipo: dalla comitiva di ragazzini rumorosi e canterini, con il gomito un po’ alzato, a famigliole di una normalità disarmante, con tanti di bimbi piccoli al seguito (il cui prezioso udito era spesso protetto da apposite cuffie).

C’erano anche quelli che volevano provare l’esperienza forte, che magari non conoscevano bene l’atmosfera dello Sziget e c’erano venuti solo per bere e assumere sostanze stupefacenti. Sull’argomento droghe, è bene precisare alcune cose: sarebbe ipocrita e sbagliato dire che non ne circolassero. Ce n’erano abbastanza, di ogni tipo, ma effettivamente ne abbiamo viste di più a un normalissimo Concertone del Primo Maggio. Negarne però la presenza, oltre che rappresentare una bugia bella e buona, toglie anche molto all’esperienza di questi ragazzi e alla loro consapevolezza di sé. 

Sul fronte anagrafico, l’età media allo Sziget è effettivamente molto bassa, attorno ai 20 anni, ma il range di età è amplissimo: dai sedicenni agli over 70, abbiamo incontrato di tutto. E tutti, davvero tutti, giovani e anziani, condividevano lo stesso approccio gioioso e partecipe all’evento.

Abbiamo incontrato anche tanti, tantissimi italiani, e ci siamo piacevolmente stupiti quando abbiamo capito che era la meglio gioventù del nostro paese, che non è fatto solo di chiusura mentale, intolleranza, xenofobia montante. A Budapest c’era la nuova generazione di un’Italia che può e vuole essere diversa, che accetta le differenze e anzi cerca di comprenderle per arricchirsi, che è aperta all’altro da sé, che non ha nemici o spauracchi, ma interlocutori, coetanei che magari la pensano diversamente e hanno culture diverse ma che comunque sono quelli che divideranno con loro le redini del mondo che sarà.

Dalle nostre parti, questi giovani, che pure esistono e sono tantissimi, restano sottotraccia, a volte non prendono parte alla vita sociale e politica del Paese semplicemente perché ne sono stati sempre tenuti fuori, perché per l’establishment rappresentano la minaccia di un cambiamento e di un ricambio generazionale che va oltre l’aspetto anagrafico. Non è rottamazione, per carità, perché si può essere anche sorpassati anche a 40 anni, ma rinnovamento delle istanze culturali, sociali, economiche e politiche all’interno delle istituzioni, nei luoghi in cui si decide il loro stesso destino, mica quello del sottosegretario ultrasettantenne.

Il paradiso imperfetto
Sziget Festival è dunque il Paradiso imperfetto a cui tutti dovremmo aspirare. C’è un’umanità varia che vive, tenta e ritenta, fallisce e ricomincia, vince e perde, sbaglia, si pente, non si pente, ma sbaglia con la propria testa, è libera davvero. L’esperienza Sziget cambia davvero chi la vive e forse dovremmo farla tutti, non solo i ventenni. Perché da lì si torna davvero con un’altra prospettiva del mondo. Si torna con le scarpe piene di fango e terra, con le orecchie stordite dalla musica ma con la testa e il cuore colmi di speranza. È l’Europa che dovrebbe essere, è l’Europa che non è. È il futuro che si dovrebbe veder costruire per non soccombere sotto i colpi delle paure instillate per far sì che tutto resti com’è, per dividere e non per unire, per costruire muri e non ponti, per odiare e isolare il diverso, l’emarginato, colui che non ha nulla. Sziget non è solo un festival di musica, non è una lunga serie di concerti di artisti strafamosi e strapagati. Sziget, che costa 20 milioni l’anno e impiega (prima, durante e dopo) oltre 16mila persone, è un meraviglioso sistema sociale, culturale, politico, artistico, musicale ed economico. È un esperimento sociale, utopia che si fa realtà per sette giorni l’anno. È la prova che non siamo condannati a continuare così, che i giovani sono migliori di quanto immaginiamo e che forse è arrivato il momento di dare loro l’occasione di provarci, visto che tutti gli altri hanno fallito.