Una grande signora del Novecento – Françoise Giroud, già direttrice de l’Express – disse che “non ci sarà davvero eguaglianza se una donna eccezionale sostituisce un uomo normale in qualche ruolo importante, ma quando una donna normale prenderà il posto di un uomo normale“. Francamente non trovo echi di questo pensiero delle donne nel dibattito molto “luogo comune” e tanto “terrorismo verbale” innescato da gambe accavallate ministeriali vignettizzate da Mannelli. Lo scontro tra rozzezza dei maschietti e vittimismo delle fanciulle. Nel secondo caso il segno deludente di quale sia lo stato dell’arte nella condizione femminile in questa fase storica, in cui si è persino perso l’eco di antichi movimenti che stavano cambiando (migliorando) il mondo. Parlo perché da loro ci si attendeva in molti il salto qualitativo verso una nuova civiltà al femminile.

Come siamo lontani da quegli anni Settanta, in cui sembrava al capolinea il decrepito modello gerarchico-patriarcale; con la sua idea – tanto cara pure al clero alleato – di una “famiglia necessariamente eterosessuale finalizzata alla riproduzione”, che relegava le mogli al ruolo ancillare e vagamente claustrofobico di “mere fattrici”. Sembrano trascorse ere geologiche da quella stagione. Tanto che Maria Grazia Turri, autrice qualche anno fa del ‘Manifesto per un nuovo femminismo’ (Mimesis, 2013), ammetteva onestamente un nuovo “ritorno a casa delle donne”, indotto dalla gravissima sottomissione allo spirito di questo tempo, in cui va imponendosi il revival dell’ordine machista. Con le parole della Turri, “dopo più di trent’anni di una cultura che esalta con tutti i mezzi a disposizione l’individualismo non possiamo non pensare che i nostri comportamenti, le nostre esperienze e le nostre riflessioni ne siano rimasti immuni, così il femminismo non ne è stato esentato e ha alimentato, dato vita e via libera a forme diffuse e permanenti di individualismo e al suo risvolto psicanalitico, il narcisismo. E quest’ultimo è diventato così una malattia sociale e non solo individuale”.

Dunque l’altra faccia del narcisismo subalterno è il corporativismo difensivo, che caratterizza la tanta attuale levata di scudi pro-Boschi. A testimonianza che, nell’attuale involuzione, il femminismo in disarmo ha smarrito con lo spirito critico anche il sacrosanto atteggiamento autocritico. In questo francamente imbarazzante fronte comune di genere, che finge di non vedere la maschilizzazione deteriore di un uso seduttivo a scopo carrieristico di quelle che i maschietti considerano le “grazie femminili”. Ovvero i caratteri sessuali secondari.

Gravissima sottomissione a un’idea di libertà femminile concepita dal proprio oppressore. Per cui i paradigmi disponibili sarebbero o l’orrida “donna in carriera”, clonatura spudorata del peggiore machismo, oppure il patetismo della desperate housewife, la casalinga frustrata. Cui l’involgarimento dei tempi aggiungerebbe un terzo format: “La bambola gonfiabile per uomini soli”, tirata in ballo dal becero Matteo Salvini (esprimendo il sentire di molti più di quanti vorremmo ammettere). Ma se tale è la deriva, quanto la contrasta l’appello ricattatorio all’insulso politicamente corretto; quella visione burocratico-paternalistica dei rapporti tra generi culminata nella caricatura delle “quote rosa”, che offendono prima di tutto i meriti correttamente intesi delle donne.

I diritti dell’altra metà del cielo non si promuovono facendo ammucchiata a difesa di un’arrampicatrice della politica, una “uoma fallica” spregiudicata, sulla finzione della semplice comunanza anatomica. Le donne liberate sono ben altra cosa. Lo saranno prendendo coscienza della propria specificità smarrita. Non biologica ma in quanto minoranza la cui cultura è stata conculcata per millenni. A cui va la mia personale solidarietà di padre di tre ragazze; per fortuna ben diverse dalla figura dominante nel duo governativo Boschi-Renzi.