Preparatevi a prendere posizione a livello morale. A decidere con chi stare di fronte ai danni collaterali della nuova guerra con il terrorismo islamico. Quella fatta di droni, esaltati kamikaze che inneggiano califfi, generali e colonnelli alla Dr. Strangelove, ministri degli esteri che paiono il “re tentenna”, innocenti vittime bambine. Il diritto di uccidere Eye of the sky -, film diretto da Gavin Hood, uscita italiana con Teodora il 25 agosto 2016, impone all’attenzione dello spettatore uno di quei rovelli etici, uno di quei tizzoni ardenti che vengono passati in fretta di mano in mano per vedere chi non ne rimane ustionato.

Ai vari livelli di script, rigorosamente dal basso verso l’alto, geograficamente tra un corno d’Africa in mano ad un immaginario califfo di nome Al Shabaab e gli alleati britannici/statunitensi sul suolo patrio, ci sono una famigliola somala con bambinetta che vende pane per la strada; tre futuri martiri tra cui una cittadina inglese convertita all’Islam che stanno per essere imbottiti di esplosivo nella casa alle spalle dell’ignara bambina; gli agenti sul campo dell’intelligence somala; i militari africani; il colonnello Powell (una puntuta e rigorosa Helen Mirren) attorniato da colleghi operativi inglesi; la base americana nel deserto da dove tre piloti azionano un drone che dovrà far saltare in aria la casupola con i martiri; la stanza dei bottoni londinese con generali, ministri, e cavillosi avvocati dello stato. Niente è più come sembra.

La guerra è questione di mirini e messa a fuoco, di bombe che vengono sganciate dopo aver inquadrato perfettamente angoli e metratura del crash finale. Qualcosa ci aveva fatto già intravedere un paio d’anni fa l’intraprendente Andrew Niccol con The good kill (bravo il sempre dolente Ethan Hawke, militarino indeciso se sbudellare civili afgani sempre sganciando bombe dal drone USA). Ma Gavin Hood ci porta ancora più all’interno del meccanismo decisionale, praticamente dentro le stanze del cosiddetto potere, che dando ordini in scala, sempre più verso il basso, sempre più verso il lontanissimo nuovo “campo di battaglia”, perde la bussola morale, oscilla tra decisionismo asettico e timore di uccidere chi non c’entra, e soprattutto non riesce a mettere la parola fine dal punto di vista del diritto: la legge non è chiara sul da farsi e invece di salvare l’occidente dalla bombe terroristiche, si rischia di assassinare degli innocenti.

Attenzione però: ne Il diritto di uccidere non c’è nessuna distinzione dicotomica tra bene e male, in modo netto e definitivo. Ogni anello della catena, a parte ovviamente quello più basso dei civili sul campo, è come se non riuscisse mai a sentire addosso del tutto la responsabilità della morte altrui. “Oggi ci troviamo di fronte ad un nuovo tipo di guerra: non più con una nazione contro un’altra, ma uno scontro tra ideologie che non richiede necessariamente uno scontro materiale tra stati antagonisti”, spiega Hood al FQMagazine. “Sono molto interessato da questa nuova tipologia di conflitto perché come non è chiaro quale sia il “campo di battaglia”, non esiste nemmeno un chiaro quadro legislativo internazionale, uguale sia per militari statunitensi/britannici che per quello di altri paesi del mondo, che l’abbia normato. È una situazione davvero molto complicata, impensabile fino a pochi anni fa”.

Nel film il personaggio che sembra risaltare per decisionismo, e numero di pose, è il colonnello Powell, la pluripremiata Mirren, che insegue da sei anni la foreign fighter inglese convertita a velo e cariche esplosive e si trova con il suo hijab nel mirino pronta a sparare, se non fosse per quella bimbetta che vende pane per la quale vanno ricalcolati di continuo tiro, traiettoria, e percentuale di danni collaterali. “Nel passato solitamente i soldati combattevano per una nazione con precisi confini geografici. Oggi combattono per delle ideologie. Ora più che mai abbiamo bisogno di nuove regole, di un sistema legale, altrimenti la comunità internazionale collassa. Anche da civili è difficile difendersi quando non capisci bene quale sia il tuo nemico, e c’è confusione anche sull’aspetto religioso che dovrebbe contraddistinguere queste nuove figure”. Ne Il diritto di uccidere non manca la massima verità sotto l’occhio impietoso di microspie video e droni in full hd: arti smembrati, polvere e sabbia della strada, macerie, fiamme. “Sono stato militare anch’io nelle truppe sudafricane nei primi anni novanta”, conclude Hood. “Ero giovane e arrabbiato. Erano tempi di grande caos mentale per me. Credo però che fare il militare non sia soltanto un lavoro dove si eseguono solo ordini. Il giudizio morale ed etico esiste anche in guerra. Per questo la questione centrale del mio film è la questione morale. Ogni personaggio, in differente posizione gerarchica offre un punto di vista sul tema. E alla fine non c’è una risposta giusta, ma è come se il pubblico fosse una giuria. Io mostro quello che accade e il pubblico decide con chi stare”. Cast all star oltre ad Helen Mirren: Aaron Paul di Breaking Bad, il giovane e bravissimo Barkhad Abdi che esordì dal nulla in Captain Phillips e l’ultima compassata apparizione di Alan Rickman.