Tutte le proprietà e i conti bancari presenti in Turchia appartenenti a Fetullah Gulen, e a tre suoi presunti sodali, sono stati posti sotto sequestro venerdì 12 agosto da una sentenza del tribunale di Adana. Lo ha riferito l’agenzia tedesca Dpa, citando i media locali a proposito di un pronunciamento della corte turca sui beni dell’uomo accusato da Erdogan di essere la mente del fallito golpe militare. La tensione è ormai altissima tra il premier turco e il fondatore del movimento religioso Hizmet, considerato il focolaio della rivolta che ha portato al fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio: nella stessa giornata di venerdì sono stati sospesi altri 5.342 dipendenti universitari ritenuti suoi simpatizzanti. Gulen vive da anni in esilio volontario negli Stati Uniti per la sua estradizione, che gli Usa al momento si rifiutano di concedere, è in atto un’aspra contesa diplomatica con Washington: “Prima o poi gli Usa dovranno fare una scelta. O la Turchia o l’organizzazione gulenista del terrore”, ha detto Erdogan giovedì 11 luglio.

L’imam, in un intervento pubblicato sul quotidiano Le Monde, è tornato a respingere le accuse del governo di Ankara di coinvolgimento nel fallito golpe in Turchia, chiedendo anzi la creazione di una “commissione internazionale indipendente” per fare chiarezza su cosa sia realmente successo il 15 luglio, per porre fine alla deriva autoritaria del governo turco e alla “caccia alle streghe” lanciata da Erdogan: 60mila le persone arrestate, interdette o sollevate dai pubblici uffici dal presidente turco in meno di un mese. Secondo i dati riportati dallo stesso Gulen ad aver perso il lavoro sarebbero addirittura 90mila persone.“Lancio un appello al potere turco e prometto una totale collaborazione – ha scritto il religioso che vive in Pennsylvania. Chiedo che una commissione internazionale indipendente conduca l’inchiesta su questo tentativo di colpo di Stato. Se un decimo delle accuse contro di me saranno accertate, mi impegno a tornare in Turchia e a subire la pena più grave”, scrive Gulen.

“Nessuno, né io né altri, è al di sopra della legge –  si legge in un passaggio del suo intervento – Spero che tutti i colpevoli, qualsiasi sia la loro affiliazione, vengano condannati alle pene che meritano nell’ambito di un processo imparziale. Ma, dall’ottobre 2014, il sistema giudiziario è sotto la tutela del potere“, sostiene, affermando come sia quindi “quasi nulla la possibilità di avere un processo imparziale”. Sul fallito golpe, Gulen sostiene “senza scrupoli” che “se dei militari che si professano simpatizzanti di Hizmet hanno partecipato a questa congiura” sono dei “traditori che hanno fatto traballare l’unità e l’integrità del Paese, degli individui che hanno tradito i miei ideali e che hanno fatto centinaia di migliaia di vittime”. Ma, sottolinea, “i loro errori non possono essere imputati a tutti i simpatizzanti del movimento”.

Nella stessa giornata di venerdì 12, arriva la notizia di una nuova maxi-epurazione da parte degli organismi governativi. La Commissione turca per l’Istruzione superiore (Yok) ha comunicato di aver sospeso 5.342 dipendenti di università statali e private, nell’ambito dell’indagine sul tentato colpo di Stato. “Azioni legali sono state intraprese anche nei confronti di 1.545 dipendenti dell’amministrazione di università statali, mentre la sospensione è stata disposta per 1.117” si legge in un comunicato diffuso dalla stessa Commissione. Lo Yok precisa che gli studenti delle università che sono state chiuse potranno proseguire il loro percorso di studi in altri atenei privati o statali nelle loro province con lo status di ”studente speciale”.