Un tragico, simmetrico, gioco di coppie. La bellezza, la giovinezza, il culto ostentato per il proprio corpo, un modo di aggredire la vita fino all’ultimo respiro. Ma anche un rancore inconfessabile, una gelosia tra commilitoni covata a lungo, una violenza latente, esplosa infine nei sei colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata, con la freddezza di un killer professionista, in una sera di fine inverno. Due fidanzati morti ammazzati, nella propria auto, all’esterno di una palestra. Un ragazzo in carcere accusato di un omicidio da ergastolo e la sua fidanzata inizialmente sospettata di essere l’istigatrice, un ruolo in buona parte ridimensionato nel semplice favoreggiamento che pochi giorni fa ha annunciato di voler chiedere il patteggiamento. Il “giallo di Pordenone”, come è stato battezzato in Friuli, è già arrivato un passo oltre la soglia della sua soluzione. Perché in Procura si stanno mettendo a punto le carte per chiedere il giudizio immediato, in quello che si profila essere un processo indiziario, gravato però da una mole pesante di elementi a favore dell’accusa. Ecco quali.

Quattro ragazzi del Sud
Trifone Ragone aveva 29 anni, portava un nome di derivazione greca che significa delicatezza, delizia. E’ venuto da Monopoli, in Puglia, fino al Nord per fare il soldato, caporal maggiore del 132. Reggimento Carri di Cordenons, nella speranza di costruirsi un futuro professionale nella guardia di Finanza. Una cura maniacale per il proprio fisico, una segnalazione nel concorso di “Mister Friuli Venezia Giulia”, un’indubbia capacità di piacere alle donne. Finché nella sua vita è entrata con la forza di un tornado Teresa Costanza, una trentenne dal sangue agrigentino, che ha studiato alla Bocconi, ma per amore si è trasferita a Nordest, travolta da una relazione forte, impegnata. Le vittime sono loro, uccisi in un agguato alle 19.49 del 17 marzo 2015 nel parcheggio del palasport di Pordenone. Tre colpi alla testa di lui, seduto in auto dalla parte del passeggero, tre colpi contro di lei, appena salita alla guida della Suzuki Alto.

Giosuè Ruotolo, campano di Somma Vesuviana, ha 26 anni, e presta servizio nella stessa caserma della Brigata Corazzata Ariete. Anch’egli, come Trifone, di cui è stato compagno di appartamento, sogna di vincere il concorso per entrare nelle Fiamme Gialle. Nell’attesa non ha perso i contatti con la sua terra, dove è rimasta la fidanzata, Mariarosa Patrone, 24 anni, studentessa all’ultimo anno della facoltà di Giurisprudenza, all’università Federico II di Napoli. Secondo l’accusa, l’assassino è Giosuè, rinchiuso da metà di marzo nel carcere di Belluno. Ma lui continua a professarsi innocente.

Una modernissima inchiesta d’altri tempi
Non si sono mai fatti illusioni gli investigatori, ovvero i carabinieri coordinati dal procuratore di Pordenone Marco Martani, e dai sostituti Matteo Campagnaro e Pier Umberto Vallerin. Trovare il bandolo della matassa alquanto intricata di un’esecuzione all’apparenza di stampo mafioso, avrebbe richiesto tempo, pazienza e un pizzico di fortuna. Pista passionale, strane e compromettenti frequentazioni milanesi, vendetta personale, perfino un possibile scambio di persona. Nulla è stato trascurato. Interrogatori a tutto campo, come si dice nei casi in cui gli spunti sono così numerosi, da essere aperti a molteplici interpretazioni. Il che, spesso, equivale a brancolare nel buio. Sentite tutte le persone che erano nella zona del delitto. Interrogati gli amici delle vittime, i compagni di lavoro (assicurazioni) e gli ex compagni di studio di lei, i commilitoni e i frequentatori della palestra dove Trifone andava ad allenarsi. Ma anche le indagini condotte con metodiche classiche si avvalgono degli strumenti della tencologia. Che in questo caso, uniti a un’intuizione felice, hanno dato frutti.

Ormai le nostre città sono disseminate di telecamere. I carabinieri hanno esaminato 5 mila ore di videoregistrazioni, qualcosa come 10 milioni di report telefonici e migliaia di Gb di dati telematici. Sono partiti dalle telecamere che si trovano lungo le possibili vie di fuga dal piazzale del palasport. E a giugno 2015 si sono imbattuti nelle immagini di un’Audi3 di colore grigio che transitava per via Interna. Era simile a quella notata da un sollevatore di pesi, l’ultima persona ad essersi congedata da Teresa e Trifone. Le telecamere l’hanno catturata e seguita. Un fanalino danneggiato e un pupazzetto sul cruscotto hanno svelato che era l’auto dell’amico e commilitone Giosuè Ruotolo.

La pistola nel laghetto
Un indizio non è una prova. Ma può diventare un ottimo grimaldello investigativo. Siccome l’arma del delitto non era stata trovata, a settembre 2015 i carabinieri hanno ipotizzato che il killer potesse averla gettata nel laghetto del parco di San Valentino, verso cui si era diretto anche Ruotolo. Il 18 settembre fanno bingo. I sommozzatori trovano un caricatore nel fango. Il giorno dopo ecco spuntare una pistola, priva di caricatore. Si tratta di una vecchia semiautomatica 7,65 Beretta, modello 1922, brevetto 1915/19. Gli esperti balistici eseguono le prove di sparo e hanno la conferma: è l’arma del delitto.

E’ il punto di svolta, seguito da una prima ammissione di Ruotolo, all’epoca solo indagato, e assistito dagli avvocati Roberto Rigoni Stern di Vicenza e Giuseppe Esposito di Napoli. Fino ad allora aveva detto che all’ora del delitto era a casa, a giocare con il computer. Il 23 settembre conferma invece di essersi trovato nel piazzale del palasport. “Volevo andare in palestra ma non c’era parcheggio”. E poi ammette anche di essere andato nel parco del Valentino: “Volevo correre, ma faceva freddo e sono tornato a casa”. Secondo gli inquirenti era andato a gettare la pistola, dopo aver ucciso Trifone e Teresa. Lui ha buon gioco a negare, anche perché manca il movente.

Facebook galeotto
L’inchiesta si fa serrata e si concentra sui rapporti tra Giosuè e Trifone. A novembre alcune amiche di Mariarosaria Patrone rivelano che Ruotolo, istigato dalla fidanzata, aveva creato un profilo Facebook per avvertire Teresa che Trifone la tradiva. Bisogna aspettare gennaio 2016 perchè i due coinquilini di Ruotolo rivelino che Ragone aveva scoperto che dietro il profilo Facebook anonimo si nascondeva il commilitone. Usava il nome di Annalisa, una vecchia fiamma di Ragone. Ne era seguita una lite violenta. Ragone aveva minacciato di denunciarlo e lo aveva picchiato. Da quel giorno Ruotolo avrebbe cominciato a meditare la vendetta. Tanto basta alla Procura di Pordenone per chiedere, e ottenere dal gip Alberto Rossi, la custodia cautelare in carcere. Il procuratore Martani ha dichiarato: “Siamo nel più classico processo di carattere indiziario: non c’è Dna, né qualcuno che ha visto l’omicida o il momento in cui si disfaceva dell’arma. Ma siamo persuasi che Ruotolo fosse presente sul luogo del delitto nelle fasi in cui questo si consumava: il suo veicolo, per sua stessa ammissione postuma, si trovava a otto metri e mezzo da quello delle vittime. Tuttavia la sua vettura è stata ripresa dalla videosorveglianza subito dopo nella zona del parco di San Valentino, esattamente dove poi è stata ritrovata l’arma del delitto”.

La partita finale
La tecnologia è stata fondamentale, incrociata però con prove testimoniali. Testimone-chiave è un atleta che stava facendo jogging attorno al palasport. Ha visto le vittime che stavano per salire in auto e il suo ricordo coinciderebbe con le riprese della telecamera 14bis che ha inquadrato la Audi3 di Ruotolo un minuto dopo il delitto. Sarebbe la prova che il militare si trovava lì quando sono stati sparati i colpi mortali (arrivato alle 19.20, avrebbe atteso per 25 minuti) e poi si è diretto verso il parco. La perizia conclusiva è stata depositata a fine giugno ed è il preludio alla richiesta di giudizio immediato per omicidio premeditato. Porta la firma dell’ingegnere elettronico Pietro Reale e dell’ingegnere meccanico Giuseppe Monfreda, che hanno ricostruito la sequenza di telecamere e la scansione cronologica dei movimenti di Ruotolo in auto. Inoltre, c’è un’informativa finale dei carabinieri, redatta dal capitano Pierluigi Grosseto, sui rapporti tra Ragone e Ruotolo.

La difesa si aggrappa a tre punti. Primo, dimostrare che alle 19.49 Ruotolo era già partito dal parcheggio. Secondo, l’assenza di un movente plausibile per un delitto così efferato. Terzo, la mancanza di riconoscimenti di Ruotolo da parte delle persone presenti nel piazzale. Basteranno a confutare la ricostruzione in 3D degli esperti della Procura, per dimostrare che Giosuè non è l’assassino?