Tutto questo putiferio sulla vignetta di Mannelli dedicata a Maria Elena Boschi, riaccende eterni dibattiti sul politically correct. Con alcune involontarie svolte comiche, come l’Unità che scrive un indignato articolo contro Il Fatto e le sue vignette e poi in prima pagina ricorda con nostalgia quando il giornale faceva satira sui leader di partito (e pubblica un disegno di Alessandro Natta tutto nudo: uomini, coraggio, indigniamoci un po’ per questa degradazione del nostro virile corpo…)

L’indignazione è efficace se dispensata con parsimonia. Altrimenti è un riflesso condizionato, attivato per conformismo da un Tweet o da una dichiarazione di agenzia o da un’ordine dall’alto. Non voglio tornare sull’interpretazione della vignetta, di cui ho già scritto. Ma trovo davvero bizzarra tutta questa attenzione per la prima pagina del Fatto.

Le agenzie e i siti e i giornali che rilanciano, sdegnati, la vignetta di Riccardo Mannelli sono gli stessi che hanno completamente – e dico completamente – ignorato cose ben più gravi che Il Fatto ha pubblicato in questi mesi: le inchieste sulle strane manovre intorno all’Eni, il fatto che un giudice della Corte costituzionale è indagato, la lottizzazione renziana della Rai, perfino la notizia che c’erano forze speciali italiane in Libia e Iraq ha avuto dignità di richiamo solo quando – due settimane dopo di noi – l’ha scritta Repubblica.

E le parlamentari che si inalberano sono le stesse che non hanno avuta nulla da obiettare quando Novella 2000 pubblicava servizi con fotografie a doppia pagina di Maria Elena Boschi e titoli incredibili tipo “A un passo dal topless”. TgCom24, testata di Mediaset, ha dedicato addirittura un servizio alle onorevoli smagliature. Dove eravate voi sdegnate deputate e senatrici? E voi infervorati commentatori? Non ditemi che vi erano sfuggite.

E vogliamo parlare del ministro Marianna Madia che si fa immortalare sulla copertina di Oggi con un incolpevole neonato? Non è doppiamente degradante, usare il proprio ruolo di mamma e il proprio figlio per salire nella scala del consenso. E Vanity Fair? “Un dono chiamato Maria Firenze ospita la prima Olimpiade per atleti con sindrome di Down. La famiglia Renzi partecipa con due madrine e una piccola grande trascinatrice. Che, scrive qui sua zia (e moglie del premier), a tutti ha insegnato il valore dell’amore” . Ma davvero vi indignate per la vignetta di Mannelli e non per queste cose?

La verità, cari doppiopesisti, è che quell’uso degradante e ammiccante del corpo della donna viene tollerato perché, a torto o a ragione, viene considerato portatore di consenso.

Nessuno si inalbera se le riviste di Gossip pubblicano le foto del ministro Stefania Giannini a seno nudo (ne ha scritto, con foto, perfino Il Corriere della Sera) perché viene considerata una normale tappa dell’evoluzione da persona a personaggio, lo scambio tra privacy e popolarità.

Se il popolo legge gossip, diamogli gossip: seni, cosce e perfino la cellulite vengono ridotte a strumento dell’attività politica o, meglio, dell’autopromozione.

Non so voi, ma io trovo più degradante che redattori, titolisti e lettori dibattano della quantità di cellulite di una ministra o di una deputata piuttosto che un disegnatore condensi, con il suo stile, le critiche che tante volte noi abbiamo esplicitato in lunghi e argomentati articoli: che la Boschi non ha argomenti per difendere una riforma da lei stessa scritta.

E, per favore, adesso rimangiatevi tutti i vostri “Je Suis Charlie”.