“Nascerà un’Europa senza più passaporti né confini. Ma questo accadrà quando noi saremo già morti”. Tra il sogno e la profezia, il grande scrittore ebreo austriaco Stefan Zweig credeva nell’integrazione pacifica fra i popoli, ovvero quanto la sua esistenza mai sperimentò trovandosi a cavallo di due guerre mondiali. Figura d’incredibile popolarità in tutto il mondo, lasciò la madrepatria nel 1934 come diversi letterati, artisti e intellettuali di lingua tedesca ormai privati di libertà espressiva dall’intensificarsi del Nazismo. Da allora fino al suicidio avvenuto in Brasile nel febbraio del 1942, Zweig girovagò fra il Nord e il Sudamerica dove ricevette stima e rispetto, partecipando alla vita intellettuale dei Paesi visitati mentre tentava di salvare vite di connazionali grazie a canali diplomatici internazionali. Del suo peregrinare da esule racconta il bel film Vor der Morgenrôte (titolo internazionale: Stefan Zweig: Farewell to Europe) dell’attrice/regista tedesca Maria Schrader in programmazione in Piazza Grande al 69° Festival del film Locarno.

Opera originale e necessaria, trova nel drammatico frangente contemporaneo un’attualità che neppure i suoi autori immaginavano quando la concepirono nel 2011. Suonano infatti da monito inequivocabile le parole di Zweig di fronte allo sfaldamento pratico (e concettuale) dell’Europa unita, oggi più incline a innalzare barriere che non a cancellare i confini. E non solo: il grande e prolifico letterato insegnò attraverso epistolari e discorsi che l’unico modo per contrastare la barbarie da parte degli intellettuali e degli artisti non è condannandola mettendosi al suo livello ma praticando la propria professione nel migliore dei modi, da ovunque e con chiunque. Qualcosa che oggi ci arriva dai Paesi oppressi dai totalitarismi – pensiamo all’iraniano Jafar Panahi che continua a fare film di nascosto in Patria nonostante la condanna – o dalle azioni in rete della classe intellettuale turca soggiogata e degradata in queste settimane dal piglio dittatoriale di Erdogan.

Quello scritto e diretto dalla Schrader e interpretato mirabilmente da Josef Hader e dalla musa di Fassbinder Barbara Sukova è dunque un film dalla portata tematica universale e contingente, lavorando con puntualità su temi come l’esilio, la fuga, la perdita della lingua (cioè di cultura e identità) e appunto il rapporto fra arte e politica. E commuove il fatto – ben rappresentato nel film – che Zweig non trovò altra strada che il suicidio di fronte al senso di colpa per l’inadeguatezza del proprio operato contro il Nazismo, che tanti, troppi “fratelli” ebrei stava annientando. Egli non rivide più la sua Austria ma la tenne nel cuore e nell’anima nell’Amazzonia brasiliana, laddove il sentimento di Saudade è così simile a quello germanico della Sehnsucht.

A oltre metà del suo percorso, il festival ticinese (3-13 agosto) ha portato anche quest’anno al suo vasto ed eterogeneo pubblico personalità cinematografiche da ogni angolo del pianeta, capaci di catalizzare e mescolare cinefilia e glamour con coraggio e sensibilità. Tra gli ospiti odierni spicca la presenza di Roger Corman, regista americano stracult e vate del cinema indipendente, che riceverà il Filmmakers Academy Guest of Honor Award: novantenne di invidiabile vitalità, l’autore di film di genere e protesta politica come Il massacro del giorno di San Valentino (1967) ha intrattenuto la platea ripercorrendo una carriera che tanto ha dato alla Settima Arte.