Nominativi truccati per avere rimborsi pubblici. Giornalisti inseriti, a loro insaputa, nella lista dei cronisti spesati dalla Regione Emilia Romagna. Emergono nuovi dettagli nella vicenda dei fondi utilizzati dall’Apt Servizi (società in house della Regione) per pagare hotel e ristoranti agli inviati di tv e giornali, nazionali e locali, sollevata dai consiglieri del Movimento 5 stelle. Particolari non da poco, che aprono un caso nel caso, mettendo al centro Fabio Grassi, storico capo ufficio stampa dell’Apt: in una conversazione registrata da una collaboratrice del Corriere di Bologna e pubblicata sul sito del quotidiano, Grassi ammette di aver usato il nome della giornalista per farsi restituire i costi di alcuni pranzi che poco avevano a che fare con il suo lavoro nell’Apt. Non solo: nello stesso incontro Grassi chiede alla cronista di mentire e di coprirlo. Nel pomeriggio, a poche dalla pubblicazione della notizia, Grassi ha presentato le dimissioni come come capoufficio stampa e responsabile della comunicazione di Apt.

Partiamo dall’inizio. La giornalista del Corriere di Bologna si chiama Anna Budini e compare nell’elenco degli inviati ospitati dall’Apt per raccontare gli eventi in riviera. In particolare, si tratta di due pranzi a Cesenatico. Peccato però che Budini al ristorante con Grassi non sia mai andata. Così, a fine luglio, dopo l’interrogazione del Movimento 5 stelle in Regione, Budini incontra Grassi nella sala stampa del Palazzo del turismo di Cesenatico. E chiede spiegazioni. Il capo ufficio stampa spiega che non si è trattato di un errore involontario. “Stiamo esaminando le criticità dei nostri budget – si giustifica Grassi – In una di queste, nel 2015, ho usato il vostro nome (quello di Budini e di altri due giornalisti, dei quali vengono omessi nomi, ma che sono presenti, ndr)”. Grassi racconta di essere andato all’osteria con l’editore Roberto Mugavero, delle Minerva edizioni, Dario e Jacopo Fo. “Cene che io non potevo giustificare perché non mi passano queste pierre qui. Per questo ho usato il tuo nome. Di questa cosa mi scuso, non pensavo fosse così scandalosa”.

A questo punto la cronista, che teme un procedimento disciplinare, invita Grassi a comunicare all’Ordine dei giornalisti quanto fatto. Lui non ne vuole sapere e cerca di tranquillizzarla. “Così mi metti in difficoltà. Non succederà nulla riguardo al tuo nome perché sono altre le criticità”. E poi le chiede di mentire. “Non posso andare a pulire. Sono spese dello scorso anno”. Grassi pensa anche a un possibile intervento della Corte di conti, anche perché il Movimento 5 stelle ha già preparato un esposto. “Se qualcuno te lo chiede, puoi dire che siamo andati a mangiare insieme per parlare dei problemi di Cesenatico? Non ti cambia il mondo dire questa cosa”.

Rivelazioni che hanno scatenato una bufera intorno ad Apt. Grassi, figlio di Primo, sindaco di Cesenatico negli anni ’50, cura i rapporti con la stampa per conto dell’Agenzia regionale da quasi vent’anni. E nel campo del turismo è considerato quasi un’istituzione. “Chiedo ad Apt di verificare immediatamente – ha commentato l’assessore al Turismo, Andrea Corsini – Se le risposte che arriveranno dovessero confermare le rivelazioni fatte dal quotidiano, mi aspetto che nei confronti di chi è stato protagonista della vicenda vengano assunti i provvedimenti disciplinari del caso” .

A comunicare le dimissioni di Fabio Grassi è stata la presidente della società, Liviana Zanetti, aggiungendo che Apt è al lavoro per chiarire la vicenda.  “Ho accettato le dimissioni volontarie, motivate dalla volontà di tutelare l’immagine dell’azienda e dell’intera attività di comunicazione turistica condotta fino ad oggi”. Anche il Movimento 5 stelle, il primo a svelare attraverso un’interrogazione il sistema usato dall’Apt per pagare la stampa, è tornato all’attacco. “A questo punto crediamo che un semplice esposto alla Corte dei conti non sia più sufficiente – ha commentato  la consigliera Raffaella Sensoli – Nei prossimi giorni ne presenteremo un altro anche alla Procura della Repubblica. Le parole di Grassi riportate sono molto gravi e confermano quello che è sempre stato il nostro sospetto, ovvero che parte dei fondi per la promozione del turismo in Emilia Romagna venisse utilizzata in modo del tutto anomalo”.