Va riconosciuto: l’esponente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii) Hanza Roberto Piccardo ha una certa furbizia e scaltrezza. Infatti, ha immediatamente colto nella legge sulle unioni civili che consentono una sorta di “matrimonio”, seppure non letteralmente tale, tra gli omosessuali, un principio di relativismo che poteva essere giocato a suo favore. E proprio in nome di quel principio relativista ha cercato di rivendicare una pratica di una parte dell’Islam legata invece a un credo assolutista.

Che quella legge sulle unioni civili, finalmente arrivata in Italia, sebbene tristemente monca (si tace sulle adozioni e sul diritto degli omosessuali ad avere figli, quasi fossero uomini dimezzati) scaturisca da una visione all’insegna di un parziale relativismo è vero. Ma si tratta di una buona notizia perché, nonostante il relativismo sia lo spauracchio di Pera, Roccella, Giovanardi, Adinolfi, Ferrara e molti altri, esso in realtà nasce dal riconoscimento della pluralità di forme di vita esistenti, considerate dai relativisti (o pluralisti) una ricchezza, non un danno, per la società.

Ma, appunto, perché allora non avrebbe ragione Piccardo nella richiesta di legittimazione del matrimonio poligamico? La Costituzione cita i “diritti della famiglia” in generale e parla di un istituto fondato “sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”, senza specificarne il sesso, ma anche senza sottolineare, dandolo per scontato, il numero di coniugi. Ma anche senza riferimenti alla Costituzione, non si potrebbero riconoscere forme di unioni soft tra più coniugi, con relativi diritti e doveri? Al post di Piccardo hanno risposto indignati i paladini dei valori occidentali, i vari Salvini, Calderoli, Santanché, Gelmini, dimentichi del fatto che la poligamia nel nostro paese è diffusissima, sebbene di nascosto, sotto la forma dell’immarcescibile adulterio. Ma non c’è solo poligamia nell’adulterio, ma anche poliandria, nel caso sia la donna ad avere più partner. Sta esattamente qui il nucleo inaccettabile della proposta di Piccardo, ossia il fatto che la sua tesi, legata a una religione assolutista, non prevede simmetria tra uomo e donna e quindi non può essere presa in considerazione dal nostro ordinamento giuridico.

Esisterebbero invece dei margini per il riconoscimento del poliamore, una visione delle relazioni umane radicalmente opposta a ogni fondamentalismo, che rifiuta la monogamia a favore di uno scambio libero amoroso tra più persone, che siano uomini o donne. È una visione che si contrappone al matrimonio borghese tradizionale, sottolineandone limiti e ipocrisie e che richiede di abbandonare qualunque senso del possesso, e dunque qualunque gelosia, rispetto alla persona amata. Non so se esistano proposte in Parlamento che propongano un riconoscimento del poliamore. Probabilmente no, siamo un Paese troppo oscurantista e nessuno tra i deputati – proprio quelli che la poligamia o la poliandria la praticano – ha il coraggio di andare contro il senso comune.

Ma restando aggrappati a dei valori – il matrimonio monogamico – che di fatto noi stessi calpestiamo perché la società è cambiata (sono sempre meno i matrimoni e sempre più finiscono in divorzio) finiamo per renderli più deboli, non rafforzarli. Meglio sarebbe avere il coraggio di difendere il (buon) relativismo che è il fondamento di ogni democrazia, aggiornando, e difendendo con forza, i nostri valori in base a ciò che siamo realmente diventati. O finiremo travolti dall’assolutismo, come nel libro “Sottomissione” di Michel Houellebecq in cui in Francia trionfa un governo islamico moderato e con lui la poligamia (poligamia che viene vista di buon occhio e accettata anche da una parte dei maschi laici francesi, più che felici di potersi scegliersi più mogli sottomesse e devote).