Cosima Serrano e la figlia Sabrina sono state condannate all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi; anche in appello. A pochi sembrerà strano. Io non so dare il mio parere perché non ho letto alcun atto della vicenda. So delle accuse e delle autoaccuse. Ma questo non vuole dire nulla. Posso dire questo: il sociologo ed antropologo Durkheim diceva che il delitto è una ferita nella società ed il ruolo del giudice e del diritto penale è quello di curare questa ferita, come il medico fa con la malattia. Già con questa affermazione si può aprire una discussione assai complessa e profonda: il giudice risponde alle regole di diritto oppure alle esigenze della collettività? La necessità del rispetto delle regole giuridiche spesso può confliggere con il naturale bisogno che la società ha di “tirare il fiato” rispetto ad un delitto che ne ha scosso le fondamenta. Sono interessi contrastanti e, spesso, drammaticamente confliggenti.

Ricordo la mia esperienza a Madrid quando assistevo il presunto organizzatore della strage di Al Quaeda alla stazione di Atocha: la gente della capitale spagnola voleva vendicare i fatti; i giudici si trovarono a dover decidere anche nei confronti di accusati contro i quali le prove erano a dire poco dubbie. L’accusa chiese contro il mio cliente quarantasettemila anni di carcere; venne assolto. Prevalse il diritto. Forse l’opinione pubblica fu soddisfatta dalla condanna di tutti gli altri. La fotografia di quei giorni, che porto nel mio cervello, è quella di noi avvocati difensori scortati dai tank dell’esercito spagnolo.

Stasera ho acceso la televisione e mi sono trovato Cosima Serrano che, durante l’udienza, in un reportage trasmesso da Quarto Grado, chiede alla Corte di essere assolta, augurandosi che i giudici non stabiliscano la colpevolezza sulla base di quello che il “sentire popolare” vuole. In maniera forte paragona il processo in cui è coinvolta a quello contro Gesù Cristo, affermando che Gesù è stato condannato perché il popolo lo ha voluto, al di là delle prove. Ed oggi, quella contro il Messia, è considerata da tutti come una condanna ingiusta. L’affondo è forte, anzi fortissimo. Ripeto: non conosco gli atti. Quindi non posso dire se la condanna di primo e secondo grado, per l’omicidio di Avetrana, sia giusta o sbagliata. Ho solo qualche dubbio sulla ingiustizia (storica e giuridica) verso la condanna a Gesù: si è dichiarato figlio di Dio dinanzi al Sinedrio e cioè alla massima autorità dell’epoca per la tutela della fede ebraica e Re dei romani dinanzi al Proconsole di Roma; e questi delitti erano puniti con la pena di morte. Quanto al messaggio morale e di amore da Lui trasmesso è la storia a dare la risposta: è immortale.

Ma per tornare sulla terra e ad Avetrana: la trasmissione dell’amico Nuzzi ha evidenziato un aspetto ben più importante, rispetto al quale non contano i concetti di responsabilità giuridica, morale o altro verso gli accusati: è trascorso un anno dalla condanna di primo grado per poter leggere le motivazioni e, ad un anno dalla sentenza di secondo grado, non sono ancora depositate e quindi conoscibili le motivazioni del giudice d’appello. Questo è immorale sia che si consideri il processo penale come una questione di diritto, sia che lo si consideri un ristoro per la società colpita e dilaniata dal delitto. La giustizia di una sentenza e la sua eticità non è valutabile solamente rispetto al merito dell’accusa ma anche e specialmente con riferimento alla modalità con la quale la decisione viene presa.