Quando stasera scenderà in campo sulla sabbia della splendida Beach volley Arena sulla spiaggia di Copacabana, Pedro Solberg chiuderà i conti col passato: finalmente potrà giocare un’Olimpiade. Con quattro anni di ritardo, perché avrebbe dovuto essere presente già a Londra 2012. Allora un incredibile errore del laboratorio antidoping di Rio gli negò la partecipazione che si era guadagnato sul campo: trovato positivo agli steroidi, fu sospeso per mesi dalla Federazione senza aver mai preso nulla. Poi venne scagionato. Ma intanto il suo compagno lo aveva abbandonato per trovarsi un altro partner con cui andare ai Giochi (dove sarebbero arrivati fino ai quarti di finale).

Quello di Pedro Solberg è uno dei più clamorosi casi di malagiustizia sportiva del recente passato. Parliamo di uno dei migliori giocatori di beach volley dell’ultimo decennio: classe ’86, figlio d’arte, nel 2008 è diventato il più giovane vincitore di sempre di una tappa del World Tour. Avrebbe meritato di andare ai Giochi di Pechino 2008, ma il Brasile aveva qualificato solo due team, e la sua coppia era terza nel ranking. Le sue Olimpiadi avrebbero comunque dovuto essere quelle del 2012. A circa un anno dai Giochi, però, il fattaccio: il 30 maggio 2011 Solberg viene trovato positivo ad un controllo a sorpresa della Wada. Tracce evidenti di steroidi anabolizzanti di origine esogena (ovvero non attribuibili alla produzione naturale dell’organismo), sospensione immediata da parte della Federazione internazionale di beach-volley. Il pallavolista si dichiara innocente, afferma di non aver mai fatto uso di sostanze illegali. Ma nessuno gli crede: anche le controanalisi confermano la positività.

Peccato che entrambi i risultati fossero il frutto di un errore del laboratorio antidoping di Rio de Janeiro (lo stesso che si è visto più volte revocare per irregolarità l’autorizzazione dalla Wada, anche per questa vicenda, prima di essere riaccreditato a tempo di record per i Giochi del 2016): il campione di urine del campione brasiliano, prelevato il 30 maggio, era arrivato a destinazione solo 4 giorni dopo. Alterato. Dimostrata quest’incongruenza, Solberg era riuscito ad ottenere l’annullamento della sospensione, ma aveva continuato a scontare il marchio del “dopato”: additato da tifosi e colleghi, “scaricato” dal suo partner Pedro Cunha, che nell’incertezza aveva preferito trovarsi un altro compagno in vista dei Giochi di Londra. Soltanto in autunno sarebbe poi arrivata la definitiva riabilitazione, grazie alle indagini indipendenti commissionate dall’atleta al laboratorio di Colonia, che hanno dimostrato scientificamente l’assenza di doping.

Lo scorso dicembre la Corte federale di Rio de Janeiro ha condannato l’Università di Rio (responsabile del centro antidoping Ladetec) a pagargli un risarcimento. Adesso a Rio 2016 coronerà anche il sogno olimpico spezzato a Londra quattro anni fa. Il cerchio è quasi chiuso: “Ci vorrebbe una medaglia d’oro per completare la mia storia”, ha detto. Giocherà insieme al colosso Evandro Junior: sulla carta sono la coppia brasiliana meno accreditata per una medaglia (i favoriti sono Cerutti-Schmidt). Ma a ben vedere Pedro Solberg è ancora in credito con il destino. E magari le Olimpiadi di casa gli restituiranno tutto ciò che gli è stato tolto ingiustamente fino ad oggi.