I ricavi del mercato televisivo (dati dell’Agcom) sono scesi dal 2010 del -13%. Mediaset registra il calo più consistente, -23%; i ricavi di Rai scendono di -19%, mentre Sky riesce a mantenere le posizioni. Si conferma il dominio dei tre operatori, che insieme raggiungono l’89% del mercato.

La novità sta nel successo, conseguito in pochi anni, dal gruppo Discovery. Un successo di ascolti (il 6% di share nel primo semestre 2016), che si riflette anche nell’attenzione crescente degli inserzionisti pubblicitari. Tale risultato va ascritto anche al fatto che il gruppo ha conquistato “nuovi” telespettatori, compresi quelli fuoriusciti dalla Tv generalista (a differenza di La7 che, invece, compete con il pubblico abituale della Tv, trovando per questo maggiori ostacoli per espandersi).

L’andamento delle imprese riflette quello delle risorse. Gli abbonamenti alla pay passano dal 32% nel 2010 al 38% nel 2015. Le vicende di Mediaset Premium, ceduta al gruppo Vivendi (l’operazione è ancora soggetta a ratifica), porteranno probabilmente un altro aumento della quota di Sky.

Sulla pay va precisato che l’espansione incontra l’ostacolo delle possibilità di spesa delle famiglie. Il bacino potenziale è stimato al 35-40% delle famiglie (la diffusione è ora pari al 30%).

La pay ha quindi ancora spazi di crescita, seppur contenuti.

Rai e Mediaset sono in declino. Pagano la perdurante crisi della pubblicità; mentre Rai si avvantaggia dell’aumento di peso del canone, della risorsa “fuori” mercato. È innanzitutto una crisi d’identità per i due ex oligopolisti, che sembrano più “specchiarsi” nel loro passato “glorioso”, ripetendo programmi e personaggi logori, piuttosto che cimentarsi su nuove idee.

Nel breve periodo si confermeranno le tendenze in atto: Sky consoliderà la sua leadership; Rai e Mediaset potrebbero continuare a decrescere (negli ultimi cinque anni hanno perso insieme dieci punti percentuali di share), gli altri operatori medio-piccoli, come La7 e Discovery, si consolideranno, mentre la pubblicità televisiva dovrebbe riprendersi e ciò potrebbe agevolare l’ingresso di altri importanti operatori.

La Rai si trova in una situazione particolare, fra possibilità di rilancio e rischi, più reali, di ridimensionamento. A memoria, si ha difficoltà a ricordare un periodo come l’attuale, di un’azienda appiattita, sottoposta a critiche così diffuse e pesanti. In questo periodo la Rai non rappresenta del tutto il Paese! Si deve anche prendere atto che qualsiasi ragione portata a sostegno della validità dell’esistenza del servizio pubblico, dal pluralismo alla valorizzazione della cultura e alla qualità dei programmi, può essere usata per argomentare, con eguale se non superiore validità, l’ipotesi opposta, la negazione del servizio pubblico. Per di più Rai fa poco per avvalorare l’idea che ci sia ancora bisogno, nell’era della comunicazione globale, del servizio pubblico.

Il nuovo vertice si è insediato da un anno. Insiste nell’affermare che l’azienda debba trasformarsi in una media-company, concetto di difficile comprensione e, comunque, poco attinente alle emergenze del servizio pubblico. Dopo un anno i risultati sono scarsi, unica novità è aver tolto la pubblicità dal canale Rai YoYo. Aspettiamo l’autunno per un giudizio più ponderato con l’avvio della nuova programmazione. Non illudiamoci!

Recentemente è scomparso l’ingegner Luigi Mattucci: lavorò con Massimo Fichera alla mitica Raidue degli anni ottanta ed è stato vicedirettore generale. Un dirigente vero, capace d’intuizioni e sensibilità culturali che ben si combinavano con le ottime capacità manageriali.

La “vecchia” Rai che tanti rimpiangono, pur avendo avuto anch’essa tanti limiti, era formata da intellettuali, di tutte le aree politiche, uomini retti e di cultura, com’era Gigi: quella Rai è finita da quando, con la seconda Repubblica e in particolare negli ultimi anni, la selezione dei quadri dirigenti è stata fatta in base alla fedeltà dei potentati politici.

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