Sale, sale e non fa male. Suonava così il ritornello di un pezzo techno remixato fino alla nausea che chiunque ha ballato nelle discoteche italiane degli anni ’90. E a salire erano le droghe sintetiche, autentiche “amiche” dei sabati sera di adolescenti e appena maggiorenni nelle più rinomate discoteche, soprattutto della Romagna Felix. Un rapporto quello tra giovani e sostanze stupefacenti, tra locali da ballo e concetto di trasgressione, che viene analizzato nei minimi dettagli in un ricco libro intitolato Rischio e Desiderio (Nfc Edizioni). Decine di voci di protagonisti della scena della notte che vanno dai proprietari di discoteche (Cocoricò a Riccione, Kinki a Bologna) a medici e psichiatri, da animatori delle piste da ballo e scrittori (un Nicola Lagioia formato rave party che nessuno conosce). Con a cucire le testimonianze, e a dare un senso al tutto, Pierfrancesco Pacoda, giornalista del Resto del Carlino ed enciclopedia vivente della ‘club culture’ mondiale. Un lavoro di sintesi sul contemporaneo che certifica un mutamento culturale e sociale a perdere. Come racconta nel libro Principe Maurice, storico e acclamato performer della club culture europea, “non esiste più il concetto di “trasgressione”. Fare certe cose, spesso negative, è diventato un mero passaggio esistenziale che non ha senso e non lascia segno interiore. Non è un gesto forte, voluto, deciso nel bene e nel male. Questa incoscienza porta alla morte dell’anima e, purtroppo nell’ignoranza e superficialità diffuse, del corpo. Oggi la vera trasgressione è decidere di non omologarsi al trend (auto) distruttivo”.

“Assolutamente vero, e stiamo parlando del mondo adolescenziale”, spiega Pacoda al FQMagazine. “Tra gli under 18 il concetto di trasgressione è scomparso. Anche se era fuorviante e complesso il rapporto culturale con le droghe, fino a venti anni fa esisteva. La cultura psichedelica, Kerouac, i primi rave anni ’90, l’idea di fuga dalla società, le visioni, la relazione con l’espressione artistica, e la ribellione vera o fasulla che fosse. Oggi invece si usano sostanze semplicemente perché sono una delle tante del sabato sera: ascoltare musica, lo shottino da un euro. Non c’è più l’idea che una sostanza possa portarti in una dimensione ‘altra’. Il valore aggiunto è strettamente legato al momento dell’assunzione: poi torni a scuola, o in fabbrica o in ufficio ed è tutto finito. E’ la normalizzazione totale. Un fatto drammatico e terribile”. Due gli elementi peculiari che caratterizzano il cambiamento, secondo Pacoda: l’immaterialità delle droghe sintetiche attuali e la facilità dello spaccio. “Le pasticche non si considerano più come droghe, ma come sostanze immateriali che si sciolgono nelle bibite. Rispetto ad un “atto violento” come il bucarsi, ma anche al gesto dello sniffare o del rollarsi una canna, qui siamo di fronte a delle banali pastigliette colorate, una pasticca vale un gin tonic, non c’è più percezione della diversità”, aggiunge il curatore del volume. “E poi come afferma lo psichiatra Edoardo Polidori nel libro, oggi un ragazzo per procurarsi una pasticca riesce a farlo in 24 ore, senza cercare uno spacciatore, ma chiedendo a qualche amico. Se lo chiedi ad un amico dove sta il rischio dell’atto in sé?”.

Rischio e desiderio nasce dalla sollecitazione dei fatti di cronaca accaduti al Cocoricò di Riccione nell’estate del 2015, con la morte di un sedicenne dopo aver assunto dell’ecstasy. “Attenzione, c’è anche un altro cambiamento evidente nell’ambito del divertimento notturno come racconta Maurizio Pasca, presidente del Silb: oggi la discoteca non è più un  luogo di aggregazione perchè si balla ovunque e non si fa più distinzione tra discoteca, discopub, bar e circolo privato”, continua Pacoda. “Il concetto di discoteca è morto. Sopravvive in rari casi come nella fruizione del concerto rock: ci vai solo quando c’è un grande evento, un grande dj. Vai lì per vedere, che so, David Guetta, ma non più per il rito della disco, che si è spostato nei rave o nelle feste casalinghe. Tra l’altro nei contesti privati oggi ognuno può fare il dj. Gli amici dj mi odiano quando lo dico, ma è un fatto straordinario. Questa democratizzazione del ruolo del dj va poi tarata con una generazione di adolescenti che sta crescendo a cui non frega niente se chiunque più remixare o essere fotografo con Instagram. A un 15enne non interessa se Guetta suona davvero o preme tasti. Ed è la stessa generazione che va in visibilio al live del pianista Ludovico Enaudi. Cito Ted Polhemus: viviamo nell’era del supermarket dello stile, della società come carrello della spesa in cui metti tutto alla rinfusa. Un’epoca post post moderna in cui assaggi tutto e tieni tutto, ovviamente senza aver tempo di ascoltarlo”.

Non mancano nel volume targato Nfc una serie di considerazioni riguardo la riduzione del danno. “La riduzione del danno è il punto di partenza. Non sono esterofilo ma ho frequentato i rave tedeschi e lì ti analizzano le pasticche, magari indicandoti se c’è, che so della stricnina, poi sei libero di prenderti la pasticca o meno, ma intanto te lo dicono. Quindi cominciamo anche qui in Italia con l’acqua gratuita nei locali, aree di relax e decompressione dove si può andare prima di uscire. Ancora: controlli severissimi all’uscita, un patto tra istituzioni e club, perché i club devono prendersi la loro responsabilità sapendo chi vende certa roba nei propri spazi. Infine c’è il discorso cruciale legato all’ ‘informazione’. Questo fenomeno si combatte con il sapere nelle scuole sia per i ragazzi, ma soprattutto per i genitori. Perché i ragazzi qualcosina sanno, ma i genitori non sanno nulla. Quando qualche anno fa in un locale di Bologna riproposero la vecchia idea della festa pomeridiana in disco, dalle 16 alle 19, senza alcolici in vendita, ebbe un gran successo tra i ragazzi. Quando in chiusura arrivavano i genitori a prendere i figli, vista l’ora, andavano verso il bar per chiedere qualcosa come aperitivo. Di fronte al bancone vuoto sapete in quanti hanno chiesto: ma l’alcol dove sta?”.