Si è dunque conclusa la prima fase della vicenda delle nomine dei direttori dei telegiornali Rai. In attesa della seconda parte della storia, quella che vedrà all’opera i nuovi arrivati e i confermati e che si spera più interessante della prima, mi sembra importante osservare un dato che ha segnato questo primo atto della commedia, o meglio un non-dato, un’assenza clamorosa. Di tutto, infatti, hanno discusso le varie parti in causa, i politici, i dirigenti del servizio pubblico e anche i commentatori, sia quelli favorevoli alle soluzioni adottate sia quelli fortemente contrari, di tutto, tranne di una cosa: il telegiornale. Strano davvero: in un dibattito che riguardava la direzione dei tre telegiornali, non ho sentito una parola che riguardasse l’oggetto in questione: il TG.

Ora, come è (o dovrebbe essere) noto a chi si occupa di queste faccende, il telegiornale delle reti generaliste, quali sono quelle di cui si parla, sta vivendo un momento molto particolare. Allo stato attuale delle cose si vedono solo due modelli possibili di informazione televisiva quotidiana.

Il primo è quello all-news, in cui è ancora netta la superiorità di Sky, che ha introdotto la formula nel nostro paese, ma in cui Rai news ha fatto grandi progressi sotto la direzione di Monica Maggioni e ora è nelle mani del miglior telegiornalista italiano, Antonio Di Bella. L’altro modello è quello introdotto da Mentana a La7, un tg costruito attorno alla presenza e alla forte personalità giornalistica del suo conduttore che, grazie a un’indiscutibile autorevolezza, mette ordine tra le migliaia di notizie di cui lo spettatore è già a conoscenza, le gerarchizza in base alla loro importanza, spiegando i motivi della scelta, ne fornisce un’interpretazione ed esprime la propria opinione in merito.

Al di fuori di queste due strade, cioè su tutte le reti generaliste pubbliche e commerciali, c’è solo roba vecchia, che ripete schemi del secolo, a cui non basta certo qualche orpello newmediatico, come quelli aggiunti da Riotta al suo Tg1, per diventare nuova. Fatico a immaginare come simili prodotti d’antiquariato possano influenzare l’opinione pubblica in vista del referendum. Invece quello che sarebbe interessante sapere è che tipo di telegiornale, in una situazione complessa come quella a cui ho accennato, i direttori vogliono fare, che progetto editoriale hanno, se intendono seguire la linea-Mentana o ispirarsi all’all-news anche in ambito generalista o se vedono una terza possibilità che io non vedo e che li renderebbe degni non solo di una direzione ma di un Pulitzer, forse di un Nobel. Ma voi avete sentito una parola su questo aspetto, che è il vero problema?

Neanche una vaga indicazione da parte di chi deve governare il servizio pubblico ma – cosa che forse mi preoccupa ancor di più – neanche una richiesta da parte di chi osserva e critica questo tipo di governo.