Ho ricevuto e volentieri pubblico una riflessione di Francesco, un ragazzo che ha partecipato alla Giornata mondiale della Gioventù di Cracovia, stimolata dal pezzo pubblicato su questo blog a firma Alex Corlazzoli dal titolo Giornata mondiale della Gioventù, dobbiamo andare oltre le Woodstock dello spirito.

Sembrano restare molti dubbi circa gli effetti di eventi come la Gmg sull’opera di evangelizzazione della Chiesa. C’è chi ha voluto definirla, tanto ironicamente quanto infondatamente, “una Woodstock della spiritualità”, riducendola a una buona occasione per pronunciare buone parole senza però garantire un effettivo riscontro in buone opere. Su questo, nulla da dire. Lo stesso apostolo Giacomo, nella sua lettera, afferma che una fede senza opere è una fede morta in se stessa (Gc, 2, 17). Ma chi ha detto che la Gmg significhi questo? Cioè una manifestazione capace solo di accendere i cuori dei giovani per pochi giorni per farli poi ricadere nella banale quotidianità al loro ritorno nelle comunità di appartenenza?

Anzitutto, se la critica che si vuole avanzare è quella di una Gmg come un evento sterile, lo stesso Papa Francesco, nell’omelia del 31 luglio, ha esplicitamente avvertito che “il pellegrinaggio comincia oggi e continua domani”, sottolineando così la necessità di un impegno duraturo, ribadendo la quale ha affidato, nella benedizione finale, il mandato di “missionario della misericordia” a ogni giovane lì presente. Si tratta di misericordia concreta, amore vero, amore per gli ultimi, che consiste nel nutrire gli affamati e gli assetati, vestire gli ignudi, visitare i carcerati e gli ammalati, accogliere lo straniero; nello sporcarsi le mani perché il bene altrui è più importante del proprio, come per primo Papa Francesco, credente e credibile, ha fatto lavando i piedi ai detenuti nel Giovedì Santo.

Ancora, si è detto che le parole di Papa Francesco “Volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? Volete che altri decidano il futuro per voi? Volete essere liberi? Volete essere svegli? Volete lottare per il vostro futuro? Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro?” siano state domande retoriche prive di utilità, così come è stato considerato un gesto fine a se stesso lo stringersi le mani, realizzando “il primo ponte da costruire”.

Se guardati da un altro punto di vista, quello di un ragazzo che in quei giorni partecipava in prima persona alla Gmg, e dunque un punto di vista consapevole, di chi parla a ragion veduta, perché quelle parole e quei gesti erano pensati proprio per lui, questi inviti non meritano l’interpretazione che gli è stata attribuita. In quei giorni, ogni giovane era presente non solo come parte di un’immensa folla, ma come individualità connessa a tutte le altre. Papa Francesco ha detto: “Dio aspetta qualcosa da te. Avete capito? Dio aspetta qualcosa da te, Dio vuole qualcosa da te, Dio aspetta te”.

Ogni singolo ragazzo non si è sentito perso nella grande folla, ma singolarmente interpellato, come un io che trova la propria realizzazione solamente nella comunione del noi. Ogni giovane ha vissuto momenti forti, di coesione nella propria comunità e con quelle altrui, spinto a far del bene in situazioni molto spesso complicate e difficili da superare senza l’aiuto degli altri.

Se è vero che “chi conosce i giovani sa che hanno fame e sete di verità“, chi li conosce altrettanto bene (a maggior ragione un insegnante) – da diretto interessato lo posso dire senza tema di smentita – sa quanto per ognuno di loro sia importante rispecchiarsi in un gruppo e quanto momenti forti come il cantare, ballare, vegliare e pregare insieme possano dargli il coraggio e la forza di trasmettere il messaggio di Dio nelle loro opere prendendo decisioni forti e significative per se stessi e per la società.

Quanto a mettere in pratica tutto questo al ritorno dalla Gmg, sta certo agli stessi giovani e ai loro sacerdoti il dovere di intraprendere nuovi progetti. E infatti questo è stato il messaggio fondamentale delle parole di Francesco. Un’esperienza così significativa ha dato certamente un buon incipit, non necessariamente alternativo alla lettura di un “buon libro”, anche a dispetto delle critiche di chi, a priori, esprime il proprio disappunto nei confronti di queste iniziative.