Di seguito, il racconto di un femminicidio mancato e dell’amico che l’ha salvata a prezzo assai elevato. Forse perché in questo ex Bel paese, l’interesse delle autorità inquirenti e dei cosiddetti specialisti, più che sulle conseguenze subite dalle vittime, si incentra sulle figure e sul disadattamento degli aggressori che lo stesso presidente del senato Grasso, ha definito senza mezzi termini “schifosi assassini”. Anche se nei confronti di quest’ultimi si continuano a non prendere provvedimenti preventivi e punitivi adeguati, quando addirittura non si arriva a inquisire le vittime persino per lesioni inferte agli aggressori per legittima difesa.

di Sabrina de Gaetano

Fino al 21 luglio 2013 conducevo un’esistenza normale: il lavoro, gli amici e i libri erano la mia vita. In quel tardo pomeriggio tornavo da una serena domenica passata al mare, quando il mio vicino di casa senza apparenti motivi, urlandomi “schifosa cagna, puttana, zozza”, cercò di infilarmi una lama uncinata di 20 centimetri in pancia. Costui, il fratello della mia padrona di casa, venne definito dalla stessa “un po’ naif”, dopo che lo stesso in precedenza, m’aveva insultato e sputato in faccia senza ragione.

Una coltellata può cambiare il corso della vita, dopodiché nulla sarà più normale, nemmeno andare in toilette, e se sono ancora viva lo devo a una persona (Federico) che ha scansato la traiettoria del coltello beccandosi il fendente alla mano.

Mi sono ritrovata chiedendo “aiuto” in una strada semi deserta durante una normale estate romana, dove tutti vedono ma nessuno parla. Ho urlato, ho citofonato a tutti i vicini che non hanno nemmeno chiamato il 113, al quale ho dovuto telefonare io stessa mentre Federico lottava con l’aggressore con la mano squarciata e i tendini tranciati, mentre dal 113 mi davano indicazioni su come comportarmi con un pazzo che con un coltello si avventava sul mio amico sbraitando: “ Vi ammazzo, vi porto con me, dovete morire”.

Come sempre durante le domeniche estive romane, le arterie erano intasate e la volante non arrivava, mentre Federico mi ripeteva: “Digli di fare presto, non ce la faccio più…”. Dopo quasi un’ora è arrivata un’ambulanza dalla quale emerge un barelliere che disarma il pazzo furioso, riuscendo a consegnarlo alla volante sopraggiunta nel frattempo.

In ambulanza ho ascoltato l’autista mentre cercava di rassicurarmi che tutto sarebbe andato bene. Finalmente arriviamo all’ospedale Grassi di Ostia. Federico, con la mano aperta e i tendini strappati come altrettanti elastici, viene portato in sala operatoria mentre un funzionario di polizia mi rivolge queste parole: “Signora, le auguro che tutto ciò finisca presto, anche se l’esperienza mi dice che questo è solo l’inizio di un’odissea, perché questo Paese non pensa mai alle vittime”.

Un’odissea che da quel 21 luglio 2013 è ben lungi dall’essersi conclusa. Ho dovuto lasciare Roma perché il magistrato, nonostante l’accusa nei confronti dell’aggressore sia di tentato omicidio, ha deciso di concedergli i domiciliari nella sua stessa abitazione, vale a dire sullo stesso pianerottolo della mia. E così ho lasciato la casa in fretta e furia con due stracci in un borsone. Ho dormito per giorni sulle poltroncine lavandomi nei bagni della clinica dell’Aurelia Hospital, dove Federico era stato portato per il primo di una lunga serie di interventi. Tutto ciò nella totale indifferenza delle declamate istituzioni, citate a ogni piè sospinto da esimi garantisti dello stato di diritto e dai forsennati cultori del politically correct. Forse lo stato di diritto di alcuni, ma non certamente il mio. Visto e considerato che in quanto vittima, non ho goduto di alcun diritto dovendo pagare tutto di tasca mia. Ho dovuto lasciare un lavoro, una casa, una città. Mi sono dovuta reinventare un’altra vita, per poi ritrovarmi in momenti in cui, non avendo i soldi nemmeno per comprarmi il pane, sono arrivata a rimpiangere di non essere morta quella maledetta domenica.

In questi tre anni non è ancora successo nulla né nulla so del procedimento penale, visto e considerato che, il magistrato che ha in mano il fascicolo, non mi ha ancora sentito, come del resto la polizia che si è limitata a informarmi, in via del tutto ufficiosa, che il mio aggressore ha precedenti per droga, aggressione e che prima d’aver aggredito me, aveva picchiato senza motivo due ragazzi, reato per il quale non è stato perseguito. Lo sarà per il reato a mio danno e soprattutto a danno del mio salvatore, Federico, che, per ironia della sorte, era mancino, ma ha definitivamente perduto l’uso della mano sinistra? Chi sopravviverà vedrà.