All’indomani dello sgozzamento di padre Jacques Hamel, in una chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, a sud di Rouen, in Normandia, papa Francesco ha parlato di una “guerra” in corso, ma non di religione. “Quando parlo di guerra – ha detto il Pontefice – parlo di guerra sul serio, no di guerra di religione”, ma “di interessi, per i soldi, per le risorse naturali, per il dominio dei popoli”. Parole che richiamano alla mente Ulrich Beck (Das Schweigen der Wörter. Über Terror und Krieg, 2002), il quale rileva come, all’esplosione delle Torri Gemelle di New York, fosse seguita l’esplosione di un silenzio eloquente e di azioni che non dicono nulla: di fronte agli accadimenti dell’11 settembre 2001 e ai tantissimi da essi innescati non resta, purtroppo, che constatare il fallimento della lingua. Viviamo e pensiamo, ormai, secondo concetti storicamente antiquati, ma che continuano ad orientare le nostre azioni. Che senso ha, infatti, parlare di “guerra” di fronte ad attacchi che non colpiscono apparati militari statuali, ma civili innocenti? Quando la “lingua dell’odio genocida” che essi parlano ignora i concetti di “trattativa”, di “dialogo”, di “compromesso” e tanto più quello di “pace”? Sono sotto gli occhi di tutti, del resto, gli effetti della risposta degli apparati militari, prigionieri di vecchi schemi, e con mezzi convenzionali, come i bombardamenti a tappeto, ad attacchi portati da individui che non hanno paura di nulla: essa prima ha favorito la nascita di nuovi Bin Laden e, finalmente, quella del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.

Di fronte agli attentati suicidi, oltre a quella tra guerra e pace, sono saltate altresì le distinzioni esercito e polizia, guerra e crimine, sicurezza interna e sicurezza esterna: chi avrebbe mai pensato, ad esempio, che la sicurezza interna dei Paesi occidentali dovesse essere difesa combattendo nelle valli più remote dell’Afghanistan, o in Iraq o in Libia? Eppure è quel che è accaduto e sta ancora accadendo, con il conseguente affievolimento della netta distinzione tra attacco e “difesa”, che conduce a emersione come anche quest’ultimo sia ormai un ulteriore concetto ingannevole.

Nell’attuale momento storico, sembra che anche il concetto di “terrorismo” non riesca ad esprimere a pieno la natura nuova di questa minaccia. Non è agevole, infatti, per un osservatore occidentale comprendere come un atteggiamento radicalmente antimodernista e contrario alla globalizzazione, quale quello delle reti terroristico-fondamentaliste, possa integrarsi con la mentalità e il comportamento moderni e globali, che le hanno portate a imporsi di colpo, con le immagini terribili dei loro misfatti rilanciate dai media, quali organizzazioni non governative della violenza, in concorrenza con Stati, economia, società civile. Per l’osservatore occidentale, insomma, è più facile immaginare un manager dell’industria genocida con il senso della famiglia, come Adolf Eichmann, piuttosto che terroristi mossi dal fanatismo religioso nati e cresciuti in Occidente, che qui si siano sposati o addottorati, con la passione per gli alcolici e le droghe, i quali pianifichino con estrema precisione e discrezione il loro suicidio, magari di gruppo, per provocare tuttavia una strage di innocenti, e lo eseguano con agghiacciante freddezza. E questo è dovuto alla “singolarità”, nel senso più genuino del termine, sia dei terroristi suicidi sia delle loro azioni, sancita dalla simultaneità di tre fattori, cioè l’azione, l’ammissione di colpa e l’autodistruzione: uno Stato che volesse dimostrare la colpevolezza di un terrorista suicida, non dovrebbe nemmeno dargli la caccia, perché col suo comportamento egli si è già denunciato e condannato. Ovvio che con il suicidio si perdano i nessi di causalità, svaniscono i collegamenti con i presunti mandanti, con coloro che reggono le fila, con i finanziatori.

Nel 1870, quando a Dresda Fëdor Dostoevskij lavorava ai Demoni, il caos politico, il disordine amministrativo, la leggerezza delle classi dirigenti minavano la società russa; tutto era pronto a incendiarsi: il fanatismo macchiava le anime dei giovani più ingenui e puri; fra poco, la volontà e l’incoscienza degli uomini avrebbero acceso una grande fiammata, in cui sarebbero arsi insieme i giusti e gli ingiusti, gli innocenti e i colpevoli, i vivi e i morti. In quel momento, per dirla con Pietro Citati, per diffondere ovunque lo spirito “appassionante, terrificante e spietato” della distruzione, non occorreva un talento politico come Robespierre, bastava un qualunque Sergèj Gennàdevič Nečaev, che, nei Demoni, assume il nome di Pëtr Stepànovič Verchovenskij, “piccolo demone servile, Mefistofele da trivio, buffone da operetta, che conosceva il volto più meschino del male” e aveva compreso che “il vento futile e derisorio delle parole, se guidato da un abile regista, è più forte degli stati, degli eserciti, delle burocrazie e delle chiese”. Costui diffuse “parole, pettegolezzi, proclami, calunnie, parodie, ironie, scandali, mistificazioni, incendi verbali”, ma senza soverchio e duraturo successo, perché forse nato un secolo troppo presto, in una società contadina.

Oggi, i tempi in Occidente non sono meno calamitosi di allora in Russia, ma, al di là delle facili metafore, occorre uscire dall’afasia e adoperarsi per erigere un contraltare positivo alle moderne figure del dostoevskjiano principe Nikolaj Stavrògin, per tentare, almeno, di trovare una via d’uscita possibile a questo mondo, prima che si riduca solo e definitivamente a un ammasso di rovine.