Al mattino, non troppo presto perché è pur sempre estate e si può dormire un po’ più a lungo del solito, passano gli amici e si va in spiaggia. Spiaggia affollata, beninteso, altrimenti che spiaggia è? Dopo qualche ora sotto il sole cocente, tra piccoli mostriciattoli che lanciano palloni ovunque e ti corrono a fianco riempiendo il tuo telo di sabbia, si torna a casa: doccia, pranzo e poi un paio d’ore di sana pennichella pomeridiana, rito irrinunciabile nei caldi pomeriggi estivi. Attorno alle 18, gli amici di cui sopra ti chiamano per organizzare l’aperitivo. Irrinunciabile anche quello, perché dalle 19 alle 21 c’è lo “struscio” in centro o sul lungomare, e bisogna esserci senza se e senza ma.

Poi mezz’ora scarsa per cenare, altra doccia, cambio d’abiti d’ordinanza e via, prima a farsi largo a gomitate tra lo “struscio” post-cena e poi in questo o quel locale alla moda, a bere qualcosa, ad ascoltare musica dal vivo o peggio ancora a ballare. A notte fonda, quando non ne puoi più di stare in mezzo a folle interminabili di tizi abbronzati e sudaticci inebetiti dall’atmosfera estiva, vorresti andare a casa, vorresti rinchiuderti nella tua camera, accendere il condizionatore a manetta, restare in mutande e accucciarti in un angolo, ondeggiando avanti e indietro come Winona Ryder in Ragazze interrotte.

E invece no, c’è l’ultimo rito estivo da celebrare: il cornetto appena sfornato al baretto del paesello. Altra fila interminabile, mentre gli occhi si chiudono da soli, fino a quando, una volta ingurgitato qualche centinaio di calorie superflue, il “gruppo” non scioglie l’adunata e si può finalmente tornare a casa. Il giorno dopo si ricomincia: tutto uguale, come una versione estiva e ancora più alienante de “Il Giorno della Marmotta”.

Amici, bagnanti, compagni di bevute e di balli umidi in discoteca: l’estate è una condanna alla socialità. Devi stare insieme agli altri, devi uscire con gli altri, devi andare in spiaggia con gli altri. Se, malauguratamente, decidi di andare a fare un bagno da solo, magari alle 7 di sera, gli altri ti guardano male. Diventi asociale, strano, perché d’estate la solitudine no, santo cielo! È contro ogni consuetudine della bella stagione!

E invece, signori miei, la solitudine è semplicemente e clamorosamente sottovalutata. Un discorso che vale 365 giorni l’anno, ovviamente, ma che d’estate diventa ancora più evidente. Eppure basterebbe davvero poco per capire che proprio l’estate è la stagione ideale per starsene da soli, per farsi un po’ di cazzi propri, per staccare la spina da mondanità, folle, code, file, cene di gruppo. Soprattutto chi vive in città sa che da settembre a giugno si è costretti a vivere in mezzo agli altri: dal lavoro ai mezzi pubblici, dal supermercato alla posta, dalle uscite del sabato sera al cinema, siamo obbligati a essere animali sociali. E ci sta, per carità, perché “nessun uomo è un’isola” e tutte quelle altre belle stronzate da Bacio Perugina che però hanno un senso, che ci piaccia o no.

Proprio per questo, però, d’estate vorremmo chiudere per ferie, vorremmo dire ad amici e parenti che no, non vogliamo andare in piazza ad ascoltare l’orrido gruppo folk che allieta la Sagra del Topinambur, che di fare 40 km di macchina per ascoltare Giusy Ferreri o Alessio Bernabei (che d’inverno eviteremmo come la peste bubbonica) non ne abbiamo la minima intenzione. Vorremmo urlare che abbiamo libri da leggere, musica da ascoltare, serie tv da recuperare, visto che d’inverno lavoriamo e di tempo non ce n’è.

La solitudine, dicevamo, è sottovalutata. Che male c’è a voler stare per i cazzi propri? Dove è scritto che se non esci tutte le sere, anche se ti rompi le scatole e piuttosto vorresti andare in vacanza a Fatima con Paola Binetti e Mario Adinolfi, sei uno sfigato asociale? Forse aveva ragione Pasolini, quando asseriva che “bisogna essere molto forti per amare la solitudine”. Non è roba per tutti, siamo d’accordo, ma perché quei privilegiati che la anelano devono essere frustrati dall’altrui incapacità di sopportarla?