Tutte le volte che una previsione discografica viene disvelata, qualche buon artista svanisce come una meteora dopo il primo disco. Però quando c’è di mezzo BBC Music of le prospettive si fanno più affidabili del solito. Più che un concorso è una scommessa che oltre un centinaio di esperti di musica e discografici lanciano per l’anno che verrà. Tra i vincitori delle edizioni passate troviamo Adele, Sam Smith, Ellie Goulding. Nel 2012 la spuntò Michael Kiwanuka e quattro anni dopo, con l’uscita del suo secondo disco “Love and Hate”, possiamo dire che gli inglesi ci avevano visto giusto.

Londinese, figlio di rifugiati ugandesi, il giovane Kiwanuka si è distinto come portabandiera di un jazz-soul spruzzato di folk, ma con tutta la propensione melodica di chi è cresciuto con gli Oasis nelle orecchie. Nel 2012 l’ottimo LP d’esordio “Home again” dichiarava già esplicitamente questo percorso. Tuttavia in quel disco la personalità del cantante era schiacciata a vantaggio di troppe epifanie di Marvin Gaye, Bill Withers e Terry Callier da un lato e Van Morrison dall’altro. La musica è letteralmente cambiata con “Love and Hate”, pubblicato il 15 Luglio, dove Kiwanuka finalmente si è rivelato in tutto il suo talento. In questa nuova avventura sono intervenuti pesi massimi come Brian “Danger Mouse” Burton e il suo collaboratore britannico Inflo. Il timone della produzione si sente soprattutto negli archi e nei cori morriconiani presenti nell’open track “Cold little heart”, in “Falling” e in parte di “Place I belong”, che ricorderanno il progetto “Rome” che vide il produttore statunitense al fianco di Daniele Luppi, Jack White e Norah Jones.

Dicevamo di “Cold little heart”. Un’apertura maestosa, imprevedibile, vasta, con chitarre da Pink Floyd: un pezzo di dieci minuti in cui il cantato arriva solo a metà. Un incipit che suona come un autoritratto, che parte dall’assenza del battito sino alla consapevolezza di se stessi mentre canta sul finale “I’m probably wrong”. In seconda battuta arriva il singolo antirazzista “Black man in a white world”, che inizia con un nudo coro  e un battito di mani – che fa tanto chiesa battista del Deep South americano – e sotto un beat rootsy elenca diverse contraddizioni che anche un privilegiato uomo bianco potrebbe capire. Con la caduta personale di “Falling”, paradossalmente, si tocca una delle vette dell’intero disco. A spiegare il concetto portante dell’opera arriva la title track, anche lei dal minutaggio generoso e con un sapiente mix di backing vocals e chitarra distorta alla Isaac Hayes. “Love & Hate” stravolge la consueta narrazione sentimentale optando invece per un’orchestrazione di incomprensioni (“Can’t you see there’s more to me than my mistakes”) e di dialoghi con i propri demoni.

Non c’è alcun momento di fiacca nell’intera tracklist, nessun riempitivo o passi prevedibili. Momenti melodici come “One more night” ammiccano piacevolmente ai Gnarls Barkley (Danger Mouse ama giocare in casa), mentre ballate scritte sulla sua pelle come “Father’s Child” e “I’ll never love” mettono in decisivo rilievo le doti avvolgenti e vellutate della voce di Kiwanuka. Addolcisce la chiusura “The final frame” che canta con tenerezza la fine di un rapporto, definito “our parade of love and pain”, non senza dare prova di struggenti assoli di chitarra blues che si concludono in una ruvida improvvisazione sedata dal pianoforte. Kiwunaka consegna al mercato musicale non solo una prova di personalità e di sofferta poesia, ma uno dei dischi soul più belli del ventunesimo secolo. Un soul ri-nato sulle rive del Tamigi, figlio della melodia europea e delle sfide del multiculturalismo. Mentre dall’altro lato dell’Atlantico c’è ancora la partita aperta da Raphael Saadiq.