L’artista britannico Michael Landy negli anni 90 in un suo allestimento di art/work dal titolo appropriato Break down distrusse ogni singola cosa in suo possesso. Si fece aiutare da Artangel, un’organizzazione non-profit, specializzata nel realizzare eventi artistici fuori misura per la consuetudine, per quanto originale e bizzarra. In due settimane, ascoltando David Bowie e Joy Division e aiutato da 12 collaboratori, Landy macinò, sbrindellò, spappolò e disintegrò le 7.227 cose in suo possesso (personali opere d’arte comprese) e inventariate con maniacale precisione. E mica lo fece nel cortile di casa sua, ma nella Mecca del turbo consumismo britannico, Oxford Street nel centro di  Londra.

Nulla si salvò dalla furia creatrice di Landy, perfino la sua Saab 900 turbo che fu smontata e triturata, nemmeno il prezioso maglione in lana di pecora, dono caldo e simbolico del padre, fu polverizzato. Rimasero soltanto i vestiti che indossò per l’occasione, null’altro.

Landy è diventato un mio ideale amico: sono reduce da due o tre traslochi a stretto giro e ho sviluppato una profonda seppur contraddittoria idiosincrasia per l’accumulo. Spesso un complice e devoto pensiero è andato a lui durante mio sudato andirivieni per le scale, nel corpo a corpo con oggetti che per UN solo maledetto centimetro non entrano in un ascensore che neanche avrei potuto usare per trasportare “cose e animali”, oh sì, in quei parossistici momenti il mio affettuoso ricordo, la mia profonda comprensione andava a lui e al suo Break down.

Subito immaginavo sulla pubblica piazza l’insieme delle mie cose (per fortuna assai meno di 7.227) e un comodo disintegratore ecologico. Poco paradisiaca però l’immagine successiva, costretto al reparto psichiatrico della mia concreta e laboriosa città da un rude TSO, e a nulla sarebbe servito citare a mio discapito parabole evangeliche su stili di vita francescani, tanto meno raccontare di Michael Landy, con qualche chimica molecola tutto sarebbe rientrato nella norma.

Facezie a parte il capolavoro dell’artista britannico non sta nel puro atto creativo/distruttivo ma ha forse il suo nucleo potente nel sacrificio, inteso come atto che restituisce alle cose il loro senso ultimo: ovvero quello di essere oggetti in se stessi. Svincolati, strappati a forza in questo caso, dalla realtà soggettiva elaborata dal suo possessore l’oggetto torna ad essere ciò che è. Qualcosa che possiamo o no distruggere ma che comunque ci sopravvive, mai una cosa che ci appartiene davvero. Ciò che appartiene alle persone è invece il rapporto più o meno nevrotico che hanno con le cose e il relativo carico (o peso) sentimentale. In un certo senso Landy sovverte il rapporto che abitualmente intratteniamo con gli oggetti di cui siamo in possesso: il suo sacrificio non aspira ad emulatori ma a liberare schiavi accumulatori posseduti dalle loro troppe cose. Celebra invece, e in modo beffardo, coloro che le cose le possiedono, magari senza la smania di sostituirle ancora funzionanti, e le usano e se ne sanno affrancare con la stessa disinvoltura con cui certi contratti a tempo determinato o voucher lavoro si liberano delle persone, incuranti di una dignità che spesso concediamo più alle cose che agli esseri umani.

Alleggerito e consapevole di aver puntato a tempo debito (un ventennio fa) un silente, provocatorio e fastidioso dito contro il mito del consumismo che è poi fulcro dell’opera, Landy non si è perso né in proclami né in chiacchiere: “E’ stato un lavoro d’arte, non è uno stile di vita”. Ancora oggi evoca Break down ricordando che molte persone accorsero a vedere il suo work-art “come si va al funerale di un amico. Io stesso ho assistito ad una specie di mio funerale” e che furono “le due settimane più felici della mia vita.”

Per vedere il suo Out of Order, una retrospettiva con un’ampia documentazione anche su Break down, andate entro il 25 settembre 2016 al museo Tinguely di Basilea.

E se avete bisogno di liberarvi di cose, di un certo ingombrante senso del possesso, cercate di incontrarlo per qualche consiglio e statene certi, sono argomenti su cui il tipo ci sa fare.