di Claudia De Martino *

Cosa pensano i cittadini dei Paesi arabi della recente ondata di attentati in Europa, che ha interessato soprattutto la Francia ma che potrebbe adesso espandersi a macchia d’olio anche alla Germania?

In tutte le occasioni in cui attentati di matrice islamica hanno scosso l’Europa, tutte le cancellerie dei Paesi arabi si sono affrettate ad esprimere la massima solidarietà e il loro cordoglio, ma ciò non significa che tra governi e rispettive opinioni pubbliche non si possa presentare una certa discrepanza, in alcuni casi anche forte. Se in molti Paesi arabi, governati da regimi autoritari in cui la stampa è sottoposta a censura e costretta ad esprimere opinioni in linea con il governo (Arabia Saudita, Bahrein, Egitto) è praticamente impossibile saperlo, in alcuni Paesi dal clima politico leggermente più aperto, voci dissonanti possono ancora trovare spazio ed è possibile cogliere accenti diversi filtrare nel dibattito.

Uno di questi Paesi è la Giordania, Paese stabile che pure ha accolto sul suo territorio 1 milione e 400.000 profughi siriani ed affronta le tensioni prodotte dai conflitti regionali ai suoi confini, ma in cui un editorialista del quotidiano di Stato al-Rai punta il dito sulle incapacità dei governi arabi di assicurare ai loro cittadini condizioni minime di vita tali da spingerli a restare nei propri Paesi senza emigrare alla volta dell’Europa. La Giordania, aiutata dall’Unrwa e da altre agenzie internazionali, condanna unanimemente il terrorismo ed è a sua volta in guerra, anche se non aperta, con l’Isis, ma dal 2011 fino ad adesso – oltre al brutale attacco al pilota bruciato vivo – non ha avuto attentati sul proprio territorio e in presenza di una tale “bomba demografica” interna deve essere cauta nel rigetto dell’integralismo islamico e nella solidarietà all’Europa.

Una “sottile linea rossa”, quella di segmenti di opinioni pubbliche interne attratte e simpatizzanti con l’integralismo – per noi ancora impercettibile, ma di cui i Paesi arabi devono necessariamente tener conto, come rivelato da un sondaggio online condotto nel 2015 da Al-Jazeera sul sostegno allo Stato islamico. Una componente rappresentata da quella parte delle società arabe che si sente vendicata dalla violenza dello Stato islamico dall’oppressione e dalla sudditanza in cui versa il Medio Oriente da almeno due secoli.

Diversa e più controversa la posizione delle autorità e dei quotidiani palestinesi, che pur mostrando solidarietà ai cittadini europei, tendono ad operare un distinguo tra azioni violente tutte ugualmente bollate come terrorismo. A partire dal ministro degli Esteri Ryad Maliki, che in un suo intervento al Parlamento europeo lo scorso marzo, subito dopo gli attentati nella capitale belga (23 marzo), aveva cercato di distinguere chi combatte per la libertà – ovvero i giovani accoltellatori palestinesi – da chi compie atti brutali in Europa, spiegando che l’80% degli attentati palestinesi erano avvenuti nei Territori occupati, ritraendoli più come azioni militari perpetrate da giovani palestinesi disillusi sul processo di pace che come violenze inaspettate ed incomprensibili dettate da pura ed irrazionale brutalità. In altre parole, molte voci palestinesi suggeriscono che “i distinguo” siano d’obbligo e che i media occidentali tendano a compiere un amalgama tra atti di violenza originati in contesti diversi.

Paesi come il Libano, tradizionalmente contraddistinti da un’opinione pubblica fortemente pluralista, lamentano, invece, la scarsa attenzione che gli attentati di Beirut abbiano avuto in confronto a quelli di novembre 2015 a Parigi, sebbene siano avvenuti in modo concomitante e abbiano provocato altrettante vittime. Se l’opinione pubblica cristiano-maronita e quella sciita osteggiano fortemente gli attentati a firma Isis, avendo lo stesso problema in patria, l’opinione pubblica sunnita è più silenziosa e indifferente, quasi non volesse troppo indispettire i suoi vicini oltreconfine (IS).

Il Marocco, Paese tradizionalmente pacifico e che intrattiene buone relazioni con l’Unione Europea – nonostante il recente dissidio sul Sahrawi che ha visto il ritardo della firma dell’Accordo approfondito di associazione – ha recentemente presieduto il 27° vertice della Lega araba a Nouachkott (Mali) su terrorismo e sicurezza regionale, affermando che la vera sfida per i Paesi arabi è lo sviluppo, pena la continua creazione di frange di estremisti e integralisti religiosi. Tuttavia la stampa marocchina rivela piuttosto un altro problema, interrogandosi in modo pragmatico sull’impatto diretto degli attentati in Europa sul turismo: ad ogni attentato in Francia (o in Germania che sia), il turismo registra un crollo, andando a registrare un decremento netto del 30% negli ultimi due anni. Un segno che, al di là dell’orrore momentaneo, rimangano delle ferite profonde e delle conseguenze di lungo periodo, come il crollo delle partenze (e degli scambi umani e sociali) tra Europa e Maghreb.

Nell’Algeria laica, retta da una dittatura militare ed allineata ai Paesi europei nella lotta contro il terrorismo islamico, un giornalista di Mondafrique, Chowqi Amari, riporta che ormai agli Algerini che si recano in Francia anche per brevi viaggi è consigliata “molta prudenza e cautela”, quasi si partisse per zone problematiche come la Siria e l’Iraq: un’annotazione che fa pensare come la percezione dell’Europa nel mondo arabo stia cambiando, da “isola felice” a zona turbolenta, continuamente in prima linea nella violenza politica. Tuttavia, un celebre caricaturista algerino – Dilem su la Liberté – poco dopo gli attentati di Parigi aveva riprodotto una sua celebre vignetta tratta dalla guerra civile nel suo Paese ed intitolata “Attentati di Parigi. Chi uccide chi?”, a significare che anche la Francia non possa chiamarsi fuori dal ciclo di massacri che stanno insanguinando la regione.

Una regione i cui confini vanno sfumando, perché mentre prima Europa e Medio Oriente sembravano divisi da “un muro di ferro”, oggi appaiono sempre di più “una comunità di destino”, uniti da un ciclo di violenze che li riguarda entrambi, che ha origini in una storia comune e sembra accomunarli nuovamente, soprattutto nella cattiva sorte.

* ricercatrice Unimed e collaboratrice al progetto Euspring all’Università Orientale di Napoli